Categorie: exibart.prize

exibart prize incontra Marilena Ramadori

di - 27 Maggio 2026

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

Il mio percorso artistico nasce da una serie di momenti e di incontri significativi, ma senza dubbio la scelta del mio percorso formativo ha avuto un ruolo determinante. In particolare, alcuni corsi seguiti alla Facoltà di Architettura di Roma, dove mi sono laureata, hanno profondamente orientato e stimolato il mio interesse verso l’arte e il disegno come strumenti di ricerca.
Ricordo in modo particolare le lezioni di Storia dell’Architettura del professor Fasolo, che spesso si svolgevano direttamente nelle chiese di Roma, dove ci invitava a disegnare dal vero dettagli architettonici. Le sue dispense, scritte e illustrate a mano, trasmettevano un’idea di conoscenza lenta, attenta, costruita attraverso l’osservazione e il gesto. Allo stesso modo, le lezioni di Disegno e Rilievo del professor Purini e la scoperta dei suoi straordinari disegni, caratterizzati da un controllo della mano rigoroso e allo stesso tempo poetico, hanno avuto per me un forte impatto. È in quel momento che ho compreso come il disegno potesse diventare una vera e propria forma di narrazione: un’architettura raccontata, quasi tridimensionale, capace di generare stupore e coinvolgimento.
Accanto a questi incontri fondamentali, anche l’esperienza di vivere a Roma ha avuto un ruolo centrale nella formazione della mia sensibilità. Provenendo da un piccolo paese delle colline marchigiane, il confronto con una città così complessa e stratificata ha ampliato profondamente i miei orizzonti, alimentando una curiosità che non si è mai esaurita. A distanza di anni, Roma continua a essere per me una fonte inesauribile di stimoli, un luogo in cui il passato e il presente convivono e dialogano costantemente, influenzando in modo decisivo la mia ricerca artistica.

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

Al centro della mia ricerca c’è l’architettura: la osservo come un organismo vivo, capace di raccontare la storia, le trasformazioni e l’identità di una città. Roma, in particolare, costituisce il mio principale terreno d’indagine — un luogo dove il costruito e il vissuto si intrecciano in modo unico, stratificando epoche, linguaggi e aspirazioni collettive.
Mi interessa individuare dove e come l’opera architettonica abbia inciso sul volto della città, modificandone lo skyline o restituendo un nuovo significato agli spazi quotidiani. Le architetture che attirano la mia attenzione diventano oggetto — o meglio, soggetto — della mia pittura. Come scriveva Gregotti, “l’architettura rivendica quella quota di aspirazione all’eternità che sta nel fondamento stesso dell’idea di umanità” (1997). Condivido profondamente questa visione: considero l’architettura come un essere vivente di cui prendersi cura, una manifestazione contemporanea del “genius loci”, inteso non come concetto nostalgico ma come presenza viva che definisce l’anima di un luogo.
Ciò che mi spinge a sviluppare nuove opere è il desiderio di raccontare e valorizzare, attraverso la pittura, l’architettura del Novecento — un patrimonio spesso trascurato, ma di straordinaria potenza espressiva e storica. Questi edifici custodiscono significati sociali, culturali e simbolici profondi, eppure restano spesso invisibili nello sguardo della città contemporanea.
Attraverso il mio lavoro, cerco di restituire loro attenzione, dignità e memoria, convinta che sia necessario coltivare una maggiore consapevolezza collettiva verso il paesaggio costruito che ci circonda. Roma, con la sua narrazione stratificata di storia, arte e architettura, diventa così una fonte inesauribile di ispirazione. Ogni mia opera è una “visione pittorica” che elegge un edificio a icona, restituendolo alla sensibilità dello sguardo contemporaneo attraverso il gesto manuale e meditativo della pittura.

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

Le mie opere nascono dall’osservazione del reale, e il punto di partenza è sempre la fotografia: la ricerca di un’inquadratura personale, di un punto di vista unico capace di isolare una porzione di architettura che diventa, successivamente, il soggetto del dipinto. La fotografia rappresenta, dunque, una sorta di proiezione: un ponte tra la realtà e la sua trasposizione pittorica.
Nella mia pratica, la pittura e il disegno convivono in un dialogo continuo. Le tele di lino vengono preparate manualmente con acrilici e/o olio, creando quelle tipiche colature che caratterizzano il mio linguaggio visivo. Questo primo gesto mi serve per costruire uno spazio che, pur mantenendo un legame con la realtà, tende verso un’astrazione di fondo, predisponendosi ad accogliere l’architettura che andrà a dialogare con esso.
Segue la fase del disegno, elemento imprescindibile del mio metodo. Mi piace lasciare la traccia grafica visibile sulla superficie pittorica: segno di passaggio, di presenza umana, di gesto riflessivo. È in questa fase che emerge in modo più evidente la mia formazione di architetto: linee, proporzioni e geometrie si impongono come regole interne, necessarie ma anche liberatorie, che mi consentono di comprendere fino in fondo l’architettura prescelta. Il disegno, manuale e meditato, fatto di cancellature e ripensamenti, è per me un processo di conoscenza, non solo di costruzione dell’immagine.
Dalla linearità del disegno passo poi alla pittura, dove l’architettura — privata ormai delle sue coordinate spaziali e temporali — si apre a una nuova dimensione metafisica. In questa fase, uso una materia pittorica fluida e trasparente, che permetta di intravedere le stratificazioni sottostanti e di restituire la memoria del processo creativo.
Mi interessa che il lavoro conservi le tracce del suo farsi, che la pittura non nasconda ma narri i propri passaggi: solo così il dipinto può restituire, insieme alla forma dell’architettura, anche la densità del suo tempo e del suo significato emotivo.

Puoi parlarci di un’opera o di un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

Un progetto a cui sono particolarmente legata è proprio quello su cui sto lavorando in questo periodo, dedicato al tema della città e dell’abitare. In questo viaggio urbano cerco di indagare il rapporto tra l’uomo e il costruito, osservando la città come il luogo dove l’architettura si manifesta, dove gli edifici diventano lo sfondo delle nostre vite. Nelle mie opere, pur non sentendo la necessità di inserire fisicamente la figura umana, scelgo architetture “abitabili”, perché la possibilità di essere abitata è, per me, una delle caratteristiche fondamentali dell’architettura: essa accoglie, protegge e dà forma alla vita.
Da questa riflessione è nata una ricerca più ampia sul tema dell’abitare, inteso non solo come funzione, ma come esperienza umana e poetica. Ogni casa racconta una storia, custodisce memorie, sogni e identità. Come scrive Gaston Bachelard, la casa è uno dei più potenti elementi di integrazione dei pensieri e dei ricordi dell’uomo; è il suo primo mondo, il luogo che lo sostiene “attraverso le bufere del cielo e della vita”.
All’interno di questa indagine ho sviluppato una serie di opere dedicate alla casa, trovando nelle architetture non solo innovazione costruttiva, ma anche una profonda riflessione sull’abitare. In particolare, ridisegnare la Casa Corrias di Paolo Portoghesi e Giovanna Massobrio è stata un’esperienza significativa: un progetto che interpreta con grande efficacia il legame con il luogo, sia fisico che simbolico. Realizzata tra il 1972 e il 1978 a Campagnano di Roma, la casa si sviluppa come un corpo spiraliforme che si avvolge attorno a un torrino centrale, diventando così una dichiarazione poetica sul modo di abitare la terra.
Per me, la casa rappresenta l’incontro tra spazio e vita, tra architettura e intimità, tra materia e pensiero. È in questo equilibrio che riconosco il senso profondo del mio percorso artistico e della mia ricerca personale.

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Il mio lavoro si configura come una pratica che mette in dialogo pittura e architettura, con l’intento di “diluire” il rigore del regime visivo architettonico nel calore dell’esperienza pittorica e, allo stesso tempo, di riportare la pittura a una dimensione strutturale e analitica.
Nel mio processo pittorico, la ricerca e l’analisi costituiscono le fasi fondamentali. Non realizzo disegni preparatori né bozzetti: l’idea di ciò che dipingo nasce direttamente dall’osservazione delle architetture stesse. Sono architetture studiate durante il mio percorso alla Facoltà di Architettura di Roma, architetture incontrate nel viaggio, ma anche architetture meno iconiche e più quotidiane, quelle che emergono camminando nello spazio urbano. Vivere in una città come Roma significa muoversi all’interno di un vero e proprio archivio a cielo aperto, in cui ogni frammento costruito può diventare materia di indagine.
Il primo passaggio del mio metodo è sempre la fotografia. Inquadratura e luce sono gli elementi chiave che l’immagine fotografica mi restituisce e che utilizzo come base per lo studio compositivo dell’opera. È in questa fase che il bilanciamento tra pieni e vuoti, tra zone chiare e zone scure, diventa determinante per conferire autonomia espressiva al dettaglio architettonico selezionato.
Di ogni soggetto scelgo consapevolmente di raffigurare solo una parte, una sezione. Pur negando allo sguardo la totalità dell’immagine, questo procedimento non impedisce il riconoscimento della struttura originaria, ma anzi lo sollecita attraverso un processo di ricostruzione mentale. La mia ricerca si colloca così in uno spazio intermedio tra la veduta architettonica e un drastico riduzionismo visivo, attribuendo al frammento l’intero valore dell’analisi e trasformandolo nel fulcro dell’esperienza pittorica.

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

Le sfide che incontro come artista sono molteplici, ma credo che la più significativa riguarda il contesto in cui oggi ci troviamo a operare. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini, messaggi e comunicazione, all’interno di un sistema tecnologico estremamente rapido che, a mio avviso, rischia spesso di appiattire il significato e il valore di ciò che ci circonda.
La mia ricerca si concentra sull’architettura, un ambito che frequentemente sfugge allo sguardo distratto del passante e non viene percepito per ciò che realmente rappresenta. Ritengo fondamentale promuovere un riconoscimento collettivo dell’architettura come patrimonio culturale e incentivare una maggiore consapevolezza e rispetto da parte dei cittadini verso lo spazio costruito. Molti edifici, in particolare una vasta parte dell’architettura del XX secolo, avrebbero oggi bisogno di essere riletti, compresi e valorizzati.
In un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, una delle mie principali sfide è quella di non perdere la dimensione umana del fare artistico. Per questo motivo, nella mia pratica pittorica il disegno manuale riveste un ruolo centrale e imprescindibile: disegno direttamente le architetture scelte e lascio che questo gesto rimanga visibile sulla tela. Spesso mantengo parti volutamente non finite, lavorando per sottrazione e trasparenza del colore, affinché l’immagine conservi una tensione contemporanea e restituisca alle architetture una nuova attualità.
Vivo tutto questo come una domanda aperta e continua: quale significato può avere oggi il disegno manuale di architettura nell’era digitale? Ha ancora senso dedicare tempo e attenzione a un gesto lento, e quanti sono in grado di riconoscere il lavoro e il processo che si celano dietro un dipinto? È evidente che il ruolo del disegno manuale è destinato a trasformarsi con l’avanzare dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali; tuttavia, sono convinta che esso rimarrà fondamentale in alcune fasi del processo creativo, proprio per la sua capacità di mantenere un rapporto diretto, fisico e sensibile con il pensiero.
Il mio impegno, e il messaggio che desidero trasmettere, è quello di affermare il valore dell’aspetto umano nel progetto e nella rappresentazione dello spazio. Penso all’arte come a una guida capace di aiutarci ad affrontare il mondo con maggiore sensibilità, con attenzione alla bellezza, ma anche con profondità e consapevolezza critica.

Casa Corrias

Articoli recenti

  • Musei

Accessibilità culturale: il rinnovamento del Museo Civico di Castelbuono

In Sicilia, il Museo Civico di Castelbuono, situato nello storico Castello dei Ventimiglia, presenta un nuovo progetto di accessibilità, tra…

27 Maggio 2026 9:30
  • Fiere e manifestazioni

Artissima 2026 guarda alla fantasia: il tema della nuova edizione e le prime novità

Artissima presenta le prime novità e il tema della sua 33ma edizione, la quinta diretta da Luigi Fassi, in programma…

27 Maggio 2026 8:30
  • Mercato

Arte antica, moderna e contemporanea: tutti i top lot di Gonnelli Casa d’Aste

Da Galileo Chini a Murakami, le tre giornate di vendita della maison fiorentina hanno chiuso con un totale di €…

26 Maggio 2026 19:25
  • Progetti e iniziative

Ekrani i Artit 2026, a Shkoder il festival che rallenta il tempo delle immagini

Ekrani i Artit è il festival che porta in Albania il cinema sperimentale, la videoarte e la cultura visiva contemporanea:…

26 Maggio 2026 18:30
  • Mostre

Meglio riderci su. Ottant’anni di ironia nell’arte contemporanea

Da Piero Manzoni a Maurizio Cattelan, passando per più di 130 artisti: al MAXXI di Roma Tragicomica racconta ottant'anni di…

26 Maggio 2026 17:01
  • Mostre

Non vedo nomi, vedo soltanto verbi. Edson Luli al Centro Trevi-Trevi Lab di Bolzano

"I don’t see any nouns, I see only verbs", in programma fino al 6 giugno a Bolzano, nell'ambito ddel festival…

26 Maggio 2026 16:45