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Forse c’è un Expo che serve all’Italia

di - 26 Marzo 2015
Entrare nel sito di Expo Milano a un mese di distanza del suo opening è un’esperienza non comune. E che ci permette, finalmente, di fare un punto della situazione oggettivo. Tanto per cominciare le leggere piogge di questi giorni non incitano alla positività, specialmente quando ci si para davanti agli occhi una distesa di gru, camion, furgoni, container, strisce segnaletiche, transenne, dissuasori e chi più ne ha più ne metta, con centinaia di operai in pettorine gialle e arancioni che vanno avanti e indietro con auto e macchinari, generando un traffico sul Cardo e il Decumano (le due vie perpendicolari che formano il “paese Expo”, lunghe rispettivamente 350 e 1300 metri) che nemmeno nelle ore di punta nella vicina città.
Ai lati i padiglioni, finiti (pochissimi) e in corso d’opera (quasi tutti), mentre alcuni sono davvero agli albori. Viene da dire che completare in 35 giorni sia impresa impossibile, nonostante tutto l’ottimismo del mondo e il solito refrain italiota del “Ce la faremo come sempre”.
Eppure, tutto sommato, l’impressione è – finalmente – di essere davanti a qualcosa di storico e unico; pensare che all’indomani di tutta questa fatica i padiglioni possano essere smantellati fa rabbrividire, quasi più di tutti gli scandali che hanno accompagnato questo immenso parto milanese e dell’Italia intera.
Chi invece ha tenuto fattivamente per mano questo progetto faraonico è stata Banca Intesa SanPaolo, che ci ha svelato il suo padiglione progettato da Michele De Lucchi, già autore del restauro delle Gallerie di Piazza Scala. In questo caso, affacciati al Decumano, ci sono mille metri quadrati di un edificio chiamato The waterstone (foto di copertina e in alto), realizzato quasi interamente in materiali ecosostenibili, con una copertura di 6mila scandole (remake delle antiche tegole valdostane) in legno di abete verniciate con un prodotto bianco e ignifugo, in grado di respingere calore o trattenerlo, che lasciano trasparire 168mila led tra le intercapedini, per un’estetica speciale anche durante le ore di buio.
«L’ispirazione è nata dalla fisica quantistica. Quando ho scoperto che l’atomo senza legarsi ad altri corpi diviene impercettibile, mi è stato chiaro che il mondo è fatto solo, e puramente, di relazioni. E così anche i progetti: non si fanno case o uffici, ma si costruiscono relazioni. Sempre. Gli edifici hanno senso e futuro solamente se portano con loro la forma per rapportarsi a chi li abita e alla città», spiega il sempre poetico architetto.
L’Amministratore Unico di Expo Giuseppe Sala non smentisce, anzi, che c’è ancora parecchio lavoro da fare nel cantiere, ma che grazie a Intesa SanPaolo si può garantire una “solidità del progetto”, anche perché l’istituto di credito, maggior azionista di Expo Milano 2015, ha già contribuito (oltre finanziariamente) alla vendita di 200mila biglietti.
Che fare poi, di questo padiglione, si deciderà in seguito: la questione è se lasciarlo integro nel sito dell’Esposizione Universale o trasportarlo (visto che è installato su una piastra) da qualche altra parte a Milano per dargli un’altra funzione.
Rimarca a gran voce Carlo Messina, Consigliere delegato e CEO di Intesa SanPaolo: «Siamo stati i primi a finire per tempo il Padiglione e abbiamo investito 2 milioni di euro sul progetto e 30 di finanziamenti per l’Esposizione». È sicuro che il 2015 sarà l’anno di svolta per Milano, e per il Paese, «per chiudere con la crisi iniziata nel 2008 e per aprire nuovi scenari economici; la nostra banca ha erogato 37 miliardi di fondi a medio e a lungo termine, confermandosi la prima “azienda” in Italia».
Un auto-elogio bello e buono? Non proprio. Sicuramente c’è la consapevolezza di aver fatto parecchio per tirare su le sorti di un cantiere problematico, di cui tutti non vedono l’ora della fine per tirare un sospiro di sollievo. E mentre ci si preoccupa per la svalutazione dell’euro, Messina vede della positività anche in questo fatto: «Ci sarà più potere d’acquisto per i visitatori dell’area extra europea, che quindi in Italia potranno spendere maggiormente e dare una botta di vita alla nostra economia», spiega.
Insomma, l’Italia va difesa e in qualche modo i programmi che Intesa SanPaolo offrirà al pubblico in 184 giorni di apertura di Expo sono lo specchio di questo impegno, non fosse altro perché avranno come attori principali tutte le eccellenze culturali non solo di Milano, ma dell’intera penisola.
Stavolta non si parla di cibo, ma di musica, di teatro, di 400 imprese che saranno ospitate all’interno del Padiglione e che potranno raccontare la loro esperienza. A inaugurare idealmente il ciclo, in questa anticipazione, è Paolo Vitelli, Presidente del gruppo Azimut-Benetti, brand famigliare che produce yacht e che dà la sua ricetta anticrisi: «Investire guadagni in azienda, essere internazionali (e la sua impresa lo è da tempi non sospetti n.d.r.), saper innovare e avere una forte etica». Talmente forte che, racconta l’imprenditore, «Nel 2008 abbiamo deciso di riportare tutta la nostra produzione in Italia, superando la crisi semplicemente aprendoci ai nuovi mercati del lusso e proponendo un prodotto esclusivo proprio per la sua manodopera, per le rifiniture, per la qualità della fattura e dei materiali». Giocare correttamente, insomma, sembra pagare.
Questa è la lezione, basilare ma non scontata, che Intesa SanPaolo vuole dare: ben vengano i capitali, ma devono essere investiti ottimamente, e non speculati, per generare nuova vita e ricchezza.
E c’è anche l’arte che interviene per raccontare della nuova crescita del Paese, a partire da un vecchio capolavoro di Umberto Boccioni, Officine a Porta Romana, dipinto nella casa di via Adige 13 dall’artista nel 1909, tre anni dopo l’Expo del 1906, che sarà esposto proprio qui. Insieme agli albori del Futurismo anche un’installazione interattiva realizzata da Studio Azzurro, L’orizzonte in movimento, sette schermi che verranno mossi dalle mani del pubblico per rivelare le eccellenze del territorio italiano. L’arte “statica”, la troverete invece alle Gallerie in piazza Scala, con la mostra su La Grande Guerra, che apre lunedì, e che avrà anche una rassegna cinematografica per mettere in relazione opere e immagini in movimento, mentre nel padiglione affacciato alla piccola darsena lo spazio sarà principalmente occupato da una dimensione “live”.
I partner? Ve ne elenchiamo alcuni: i milanesi Teatro alla Scala, Piccolo e Franco Parenti, Teatro Regio di Torino, Teatro San Carlo di Napoli, Piano City (con una piéce che si preannuncia incredibile il prossimo 24 maggio: sotto la copertura del Decumano saranno installati 12 pianoforti dove altrettanti musicisti, 6 uomini e 6 donne, suoneranno simultaneamente in una progressione ritmica e di sicura intensità emotiva. E poi Torino Jazz e Classic Music Festival, MITO, FAI e, per i più piccoli, sempre dal capoluogo del Piemonte, le attività del Teatro dei Ragazzi. Il totale fa 250 eventi, per 30mila persone coinvolte, più il pubblico che arriverà.
A proposito, quanti visitatori si attendo realmente, oggi? Giuseppe Sala fa appello alla sua sensibilità e parla di 8 milioni di ticket venduti, che arriveranno a 10 nell’arco del prossimo mese e che, secondo le stime, alla fine di ottobre saranno oltre 20 milioni. Capogiro.
E pazienza se non tutti i Padiglioni saranno completati il 1 maggio: «Le rifiniture potranno essere fatte anche in corso d’opera: in fin dei conti la manifestazione dura 6 mesi, è chiaro che si lavorerà anche durante il suo svolgersi».
Così, abbiamo tutti un po’ più di fiducia. Non a caso il sito che ha messo online Intesa per scoprire tutti i suoi eventi e restare aggiornati porta il nome di www.unmondopossibile.com

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