Categorie: Archeologia

La Venere di Willendorf era italiana: la scoperta di un team di ricercatori

di - 2 Marzo 2022

È una delle donne più famose di tutti i tempi, sul podio insieme alla Gioconda e alla regina Nefertiti ma la sua identità – se mai l’avesse avuta – si è persa nel corso dei millenni. Oggi, però, possiamo dire di conoscere almeno le sue origini. In un articolo pubblicato su Scientific Reports, un antropologo dell’Università di Vienna e due geologi, Gerhard Weber, Alexander Lukeneder e Mathias Harzhauser, hanno rivelato che pietra con la quale fu scolpita la Venere di Willendorf molto probabilmente proveniva da un’area del nord Italia, vicino al Lago di Garda. Risalente al 24.000 – 22.000 a.C. e rinvenuta nel 1908 presso Willendorf in der Wachau, in Austria, la statuina attualmente conservata al Naturhistorisches Museum di Vienna è un mirabile esempio di arte preistorica e, più che una donna specifica, dovrebbe rappresentare un archetipo, un concetto, un’ideale, una venere paleolitica appunto, con i suoi tratti fisici riproduttivi enfatizzati (anche troppo per i nostri standard, o meglio per l’algoritmo di Facebook, che nel 2018 censurò la fotografia per oscenità, causando la reazione del museo viennese).

Ma il condizionale è d’obbligo: il nostro sguardo è sempre condizionato dalla contemporaneità, nel bene e nel male. E non sapremo mai con certezza se l’ignoto autore o autrice avesse in mente, invece, una donna ben precisa. Precisiamo, è un’ipotesi di fantasia e assolutamente priva di ogni fondamento – d’altra parte sulla Venere di Willendorf la letteratura scientifica è amplissima – ma l’immagine ci sembra comunque romantica, anche se, partendo da questa idea, Michael Crichton ci ha scritto un romanzo tutt’altro che sentimentale, “Eaters of the Dead”, “I mangiatori di morte”.

La Venere italiana di Willendorf

Lavorando in collaborazione con Walpurga Antl-Weiser, direttrice della collezione preistorica del Naturhistorisches Museum, il team di ricercatori ha esaminato da vicino la statuetta per determinarne l’origine. Hanno fatto affidamento su una tecnologia chiamata tomografia microcomputerizzata, che utilizza la fotografia ad altissima definizione per ottenere sezioni trasversali degli oggetti. All’interno dell’oolite, la pietra calcarea di cui è composta la Venere e che non è originaria del sito nel quale è stata rinvenuta, sono stati scoperti resti di conchiglie – nello specifico, nella zona corrispondente alla testa – e tracce di limoniti. Gli studiosi hanno quindi comparato l’oolite della Venere con quella proveniente da altre località nelle quali la pietra è originaria, come la Francia, l’Ucraina, la Germania e anche l’Italia, per capire quale fosse quella più simile. E alla fine, il campione con più somiglianza è quello della zona intorno al Lago di Garda.

Se davvero l’oolite proveniva dall’Italia settentrionale, bisognerebbe capire come ha fatto la statuetta ad arrivare in Austria, considerando l’ostacolo – allora veramente impegnativo – delle Alpi. In ogni caso, si tratta del segno di uno spostamento, di una migrazione e, probabilmente, sta a indicare che il popolo della civiltà a cui apparteneva il creatore della scultura cercava e abitava luoghi favorevoli, ha spiegato Weber: «Quando il clima o i movimenti delle prede cambiavano, si spostavano, preferibilmente lungo i fiumi».

Ma gli archeologi hanno lasciato aperta la possibilità che la statua poss provenire da un luogo molto diverso: l’Ucraina. Lì sono state trovate sculture dall’aspetto e dalla composizione simili a quello della Venere di Willendorf ma, in effetti, ce ne sono varie, diffuse dall’Atlantico alla Siberia, pur se realizzate in materiali diversi, come avorio e osso, le più antiche, risalenti a circa 500.000 e 230.000 anni fa sono in quarzite e tufo.

Un errore di percorso

E non è tutto. Grazie alle avanzate tecnologie impiegate, i ricercatori hanno proposto anche un’altra suggestiva ipotesi. Alcuni dei limoniti sembrano essere caduti dalla statuetta proprio mentre veniva scolpita, lasciando quindi depressioni e spazi vuoti. Gli esperti hanno suggerito che l’ombelico sovradimensionato potrebbe essere il risultato proprio di questa perdita accidentale di materiale, un incidente di percorso nel processo creativo che deve essere stato accolto con entusiasmo dal suo creatore.

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  • Gli archeologi israeliani che sono intervenuti nel sito di Kobleki tepe hanno fatto una scoperta straordinaria:hanno cioè scoperto "il buo alla onca" (traduzione buco alla conca del detto livornese per indicare una scoperta gia fatta).La maggior parte delle scoperte sono state fatte dallo scopritore tedesco purtroppo scomparso di recente e dal team inglese che ha scoperto,tra l'altro,la stele dell'avvoltoio

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