Apoxyomenos di Lisippo, copia latina dell'etĂ claudia da un originale bronzeo greco del 330-320 a.C. circa
Altro che realtĂ virtuale: agli scultori della classicitĂ , per suscitare unâesperienza immersiva, bastava giocare con i sensi. La vista, certamente, con canoni di proporzione ideali e raffinati simbolismi ma anche lâolfatto. GiĂ perchĂŠ la scultura antica non solo era vivacemente policroma, come negli ultimi anni è stato dimostrato, ma anche profumata. Un recente studio di Cecilie Brøns, ricercatrice presso la Glyptotek di Copenaghen, potrebbe aver aggiunto questo nuovo, importantissimo tassello alla nostra conoscenza dellâarte antica, dei suoi modi di intenderla, realizzarla e fruirla.
Pubblicata sullâOxford Journal of Archaeology, lâindagine di Brøns si basa su fonti letterarie, iscrizioni provenienti dallâisola di Delo e prove archeologiche che suggeriscono unâesperienza multisensoriale nei luoghi sacri dellâantichitĂ . ÂŤMi sono imbattuta in questo argomento in modo piuttosto casualeÂť, ha raccontato la studiosa ad Artnet, spiegando come la sua ricerca, inizialmente incentrata sulla policromia, lâabbia portata a scoprire riferimenti a oli e profumi applicati sulle statue.
A differenza delle fragranze moderne, a base alcolica, i profumi dellâepoca erano realizzati con oli vegetali e, talvolta, grassi animali, creando una consistenza densa e viscosa simile ai balsami odierni. Dâaltra parte, si sa che gli atleti dellâepoca greca e romana usavano cospargersi il corpo di sostanze oleose per detergersi e che poi rimuovevano con uno strumento specifico, chiamato strigile, come testimoniato anche dal famoso ApoxyĂłmenos di Lisippo, del 320 a.C. e a noi pervenuto attraverso una copia di epoca romana.
E cosÏ anche le sculture venivano trattate come corpi vivi, adornate con tessuti, gioielli e oli profumati. Tra le migliaia di iscrizioni di Delo, Brøns ha rinvenuto riferimenti specifici agli ingredienti utilizzati per la kosmesis, cioè per la preparazione, delle statue di Era e Artemide, un elenco che includeva spugne, olio, carbonato di sodio, lino, cera e, immancabilmente, profumo di rosa.
Il profumo alla rosa, in particolare, godeva di una lunga tradizione, risalente allâepoca omerica. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, attesta la fama dei profumieri di Delo, e scavi archeologici hanno rivelato la presenza di presse decorate, probabilmente utilizzate nella produzione di oli aromatici. Brøns cita persino una ricetta di Dioscuride, farmacologo greco del I secolo d.C., per la creazione di unâessenza alla rosa: un processo meticoloso in cui petali essiccati venivano aggiunti a un olio vegetale, con unâestrazione eseguita a mani cosparse di miele.
Le state e le raffigurazioni inoltre venivano addobbate con corone e ghirlande di fiori fragranti, come testimoniano i reperti in piombo, terracotta e oro rinvenuti nei siti funerari. Un esempio significativo è la festa romana dei Floralia, celebrata dal 173 a.C., durante la quale venivano deposti fiori nel santuario di Flora, dea della primavera.
Sebbene lâaspetto olfattivo della ricerca di Brøns sia relativamente inesplorato, gli studiosi sanno da tempo che le statue erano adornate con vernici, smalti e cere. Tali trattamenti servivano anche a proteggere le opere e conferivano una lucentezza seducente alle statue di divinitĂ e occasionalmente a individui di alto rango, come la regina tolemaica del III secolo, Berenice II.
Dopo secoli di studi focalizzati su forma e struttura, il lavoro di Brøns si inserisce in una svolta sensoriale nellâambito dellâarcheologia, un approccio che riporta lâattenzione non solo sugli oggetti, ma sulle esperienze che li circondavano. ÂŤUsare i sensi umani, come lâolfatto, può accorciare il tempo e far vivere unâesperienza corporea di come doveva essere un essere umano nellâantica RomaÂť, afferma la ricercatrice. Unâintuizione che promette di restituire alla scultura classica una dimensione ancora piĂš viva e immersiva, e che Brøns spera di esplorare ulteriormente nella sua prossima mostra alla Glyptotek.
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