Categorie: Archeologia

Le antiche statue greche e romane venivano anche profumate

di - 24 Marzo 2025

Altro che realtà virtuale: agli scultori della classicità, per suscitare un’esperienza immersiva, bastava giocare con i sensi. La vista, certamente, con canoni di proporzione ideali e raffinati simbolismi ma anche l’olfatto. Già perché la scultura antica non solo era vivacemente policroma, come negli ultimi anni è stato dimostrato, ma anche profumata. Un recente studio di Cecilie Brøns, ricercatrice presso la Glyptotek di Copenaghen, potrebbe aver aggiunto questo nuovo, importantissimo tassello alla nostra conoscenza dell’arte antica, dei suoi modi di intenderla, realizzarla e fruirla.

Pubblicata sull’Oxford Journal of Archaeology, l’indagine di Brøns si basa su fonti letterarie, iscrizioni provenienti dall’isola di Delo e prove archeologiche che suggeriscono un’esperienza multisensoriale nei luoghi sacri dell’antichità. «Mi sono imbattuta in questo argomento in modo piuttosto casuale», ha raccontato la studiosa ad Artnet, spiegando come la sua ricerca, inizialmente incentrata sulla policromia, l’abbia portata a scoprire riferimenti a oli e profumi applicati sulle statue.

A differenza delle fragranze moderne, a base alcolica, i profumi dell’epoca erano realizzati con oli vegetali e, talvolta, grassi animali, creando una consistenza densa e viscosa simile ai balsami odierni. D’altra parte, si sa che gli atleti dell’epoca greca e romana usavano cospargersi il corpo di sostanze oleose per detergersi e che poi rimuovevano con uno strumento specifico, chiamato strigile, come testimoniato anche dal famoso Apoxyómenos di Lisippo, del 320 a.C. e a noi pervenuto attraverso una copia di epoca romana.

E così anche le sculture venivano trattate come corpi vivi, adornate con tessuti, gioielli e oli profumati. Tra le migliaia di iscrizioni di Delo, Brøns ha rinvenuto riferimenti specifici agli ingredienti utilizzati per la kosmesis, cioè per la preparazione, delle statue di Era e Artemide, un elenco che includeva spugne, olio, carbonato di sodio, lino, cera e, immancabilmente, profumo di rosa.

Il profumo alla rosa, in particolare, godeva di una lunga tradizione, risalente all’epoca omerica. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, attesta la fama dei profumieri di Delo, e scavi archeologici hanno rivelato la presenza di presse decorate, probabilmente utilizzate nella produzione di oli aromatici. Brøns cita persino una ricetta di Dioscuride, farmacologo greco del I secolo d.C., per la creazione di un’essenza alla rosa: un processo meticoloso in cui petali essiccati venivano aggiunti a un olio vegetale, con un’estrazione eseguita a mani cosparse di miele.

Le state e le raffigurazioni inoltre venivano addobbate con corone e ghirlande di fiori fragranti, come testimoniano i reperti in piombo, terracotta e oro rinvenuti nei siti funerari. Un esempio significativo è la festa romana dei Floralia, celebrata dal 173 a.C., durante la quale venivano deposti fiori nel santuario di Flora, dea della primavera.

Sebbene l’aspetto olfattivo della ricerca di Brøns sia relativamente inesplorato, gli studiosi sanno da tempo che le statue erano adornate con vernici, smalti e cere. Tali trattamenti servivano anche a proteggere le opere e conferivano una lucentezza seducente alle statue di divinità e occasionalmente a individui di alto rango, come la regina tolemaica del III secolo, Berenice II.

Dopo secoli di studi focalizzati su forma e struttura, il lavoro di Brøns si inserisce in una svolta sensoriale nell’ambito dell’archeologia, un approccio che riporta l’attenzione non solo sugli oggetti, ma sulle esperienze che li circondavano. «Usare i sensi umani, come l’olfatto, può accorciare il tempo e far vivere un’esperienza corporea di come doveva essere un essere umano nell’antica Roma», afferma la ricercatrice. Un’intuizione che promette di restituire alla scultura classica una dimensione ancora più viva e immersiva, e che Brøns spera di esplorare ulteriormente nella sua prossima mostra alla Glyptotek.

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