Frammento di pigmento blu, conservato al Museo Egizio di Torino
È un colore che ha attraversato i millenni e, oggi, torna a vibrare: un’equipe di ricercatori guidata da John S. McCloy, della Washington State University, ed Edward P. Vicenzi, della Smithsonian Institution – sì, l’istituzione museale contro cui si è scagliato Donald Trump – è riuscita a ricreare il leggendario e misterioso blu egizio. Si tratta del primo pigmento sintetico della storia dell’arte ed è stato utilizzato fin dal 3100 a.C. dagli antichi Egizi per decorare templi, statue, sarcofagi e amuleti.
Il nome “tecnico”, nella lingua faraonica, era “hsbd-iryt” e rappresentava una soluzione accessibile al costo proibitivo dei lapislazzuli naturali, importati a caro prezzo da terre distanti, come l’attuale Afghanistan. Ma non era solo questione di soldi: questo pigmento permetteva letteralmente di dipingere il blu, laddove pietre come turchese e lapislazzuli potevano solo essere scolpite o intarsiate. Il suo utilizzo si estese ben oltre l’Egitto: il filosofo e botanico greco Teofrasto lo descrisse nei trattati di mineralogia, i Romani lo impiegarono nei mosaici e negli affreschi. Poi, con la caduta dell’Impero, il segreto della sua fabbricazione andò perduto. E con il Rinascimento la sua presenza scomparve quasi del tutto dalla tavolozza europea.
Ma adesso, il team di ricercatori ha riportato in vita questo colore antico, grazie a una serie di tecnologie all’avanguardia, tra cui analisi termica, diffrazione a raggi X con raffinamento Rietveld, spettroscopia Raman e luminescenza indotta da luce visibile. Una dozzina di ricette a base di silice, rame in diverse forme – come ossidi o carbonati secondari come azzurrite e malachite -, calcio e, in alcuni casi, carbonato di sodio sono state “cotte” in forno a oltre 1.000°C, riproducendo fedelmente le condizioni delle antiche fornaci egizie.
Il risultato? Una gamma di pigmenti che va dal blu intenso al grigio-verde, sorprendentemente simile a quella che si osserva negli oggetti conservati al Carnegie Museum of Natural History di Pittsburgh, partner del progetto. Un dato colpisce: per ottenere un blu convincente, non è necessario che il composto sia costituito interamente da componenti colorate. Anche solo il 50% di materiali a base di rame può bastare, a testimonianza di un equilibrio chimico sottile che gli antichi artigiani sembravano padroneggiare con sapienza.
La ricerca, pubblicata su NPJ Heritage Science, ha anche risvolti potenzialmente molto significativi per applicazioni contemporanee (e magari assisteremo anche a una nuova fase dell’eterno scontro tra Stuart Sample e Anish Kapoor sull’utilizzo dei colori). Il blu egiziano emette infatti luce nell’infrarosso vicino, regione invisibile all’occhio umano ma preziosa per applicazioni che spaziano dalla rilevazione delle impronte digitali alla produzione di inchiostri anticontraffazione, fino alla possibile integrazione in materiali superconduttori. Inoltre, già nel 2020, un team di ricercatori tedeschi scoprì che il blu egiziano avrebbe potuto essere molto utile per la medicina e la chirurgia.
Per chi volesse vedere con i propri occhi questo ritorno del blu perduto, il Carnegie Museum di Pittsburgh ne espone i campioni nell’ambito di una mostra a lungo termine sull’antico Egitto, destinata a confluire in un’esposizione permanente entro il 2026.
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