Categorie: Architettura

Al MAXXI di Roma l’installazione di Giuseppina Grasso Cannizzo sfida l’architettura di Zaha Hadid

di - 11 Gennaio 2024

La rassegna Nature, che da oltre 13 anni porta autori – e finalmente autrici – del mondo dell’architettura a produrre una installazione nel cuore del MAXXI di Roma, ci aveva abituato all’esercizio di una pratica curatoriale sana e stimolante che ogni volta imponeva di realizzare spazi temporanei in cui la relazione tra pensiero teorico e progetto fosse evidente e, possibilmente, portata alle conseguenze più radicali. Non tutti gli architetti avevano saputo rispondere con lo stesso grado di acutezza, ma la relazione tra installazione e macchina museale è sicuramente uno dei tratti identitari più interessanti nella storia dell’istituzione romana.

Il lavoro recentemente inaugurato di Giuseppina Grasso Cannizzo, una delle autrici più interessanti e originali della cultura architettonica italiana e internazionale di questi ultimi decenni, rappresenta un salto di scala, non semplicemente fisico, di questa rassegna.

In collisione, questo è il titolo del suo lavoro, non è semplicemente una dichiarazione di antagonismo materico e spaziale con l’ingombrante architettura di Zaha Hadid, ma è anche il motto perfetto con cui rileggere tutta la storia creativa e intellettuale della Grasso Cannizzo per il suo approccio esistenziale con la realtà e il progetto.

«L’installazione è il risultato di un’azione disperata contro uno spazio senza orizzonti: un oggetto imponente spinto più volte, come un ariete, contro la parete sul fondo della galleria, ha aperto una breccia che potrebbe consentire una possibile via d’uscita». Questo l’incipit del breve testo con cui l’autrice spiega il senso dell’intervento e del mistero che porta con sé.

Oggetto imponente, “alto come una casa”, di metallo scuro, denso ed ermetico, posto in violenta diagonale rispetto alla sala esistente con cui confronta non solo per volumetria ma, soprattutto, per quella pressione sorda e densa che la sua superficie esercita contro il muro bianco su cui si addossa, determinando una tensione fortissima.

La scatola bruna, segnata solo dai riflessi della fiamma ossidrica e delle lavorazioni, appare muta finché un segnale sonoro, industriale e continuo, prepara alla metamorfosi.

Le pareti, alcune, si aprono lentamente e alcuni elementi scorrono verso l’esterno, liberando allo sguardo del visitatore l’interno; un labirinto di scaffali e griglie che disvelano il labirinto interno come se fossero una biblioteca in attesa di volumi o appena depredata, un sistema di celle abitative minime, un allestimento in attesa di presenze o una scenografia teatrale pronta alla performance. Questo ventre interno buio, che vive solo dei riflessi esterni moltiplicati dalle pareti interne lucide, invita al percorso ma non si rivela completamente, tranne che per offrire, sul fondo, una parete specchiante che moltiplica infinitamente lo spazio. Uno specchio che deforma l’illusione della griglia ma che potrebbe anche suggerire una via di fuga dalla scatola bianca del museo di Zaha Hadid.

La potenza di questa installazione è nel mistero che cela e che disvela, oltre che nel coraggio di una collisione ricercata da un’autrice che potrebbe essere definita come l’ultima dei veri romantici, ossessionata dalla perfezione e consapevole della sua impossibilità, pronta a cercare l’assoluto in ogni gesto e dettaglio ma pronta ad accogliere la sua necessaria imperfezione, non rassicurante ma aspra nelle scelte, innamorata di una realtà di cui vede la disperante degradazione e, malgrado tutto, ancora convinta nella forza del progetto come gesto consapevole e spietato.

Tutta la dimensione cinetica, meccanica, che ci potrebbe affascinare di questa “machine à habiter” è un esercizio sofisticato al servizio del mistero e della forza magnetica di questo oggetto assoluto che non vuole redimere il mondo ma che cerca con fatica un equilibrio interiore che lo renda possibile.

In collisione, curata da Pippo Ciorra e Margherita Guccione, insieme alla consulenza culturale di Sara Marini, merita la visita per la lucidità visionaria dell’intervento e insieme perché sembra suonare come un monito all’istituzione che la ospita e alla metamorfosi concettuale e culturale che sta oggi vivendo.

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