Dispensario Antitubercolare 1933-1938, Alessandria ph. Gabriele Basilico, 1990
Per l’apertura della mostra Ignazio Gardella. Progettare la città , in corso fino al 15 marzo alle Sale d’Arte di Alessandria, il curatore — critico, storico dell’architettura e fotografo — Emanuele Piccardo ha guidato un tour tra alcune delle principali opere dell’architetto in città . Il percorso ha toccato l’Ospedale Teresio Borsalino (primo progetto di Gardella, costruito tra il 1928 e il 1938), con la sua chiesa abbandonata oggi Luogo del Cuore FAI, il Poliambulatorio Gardella (1933–1938) e infine la Casa per Impiegati Borsalino (1948–1952).
Per chi ha studiato architettura, è una sensazione familiare: sentirsi osservati con perplessità , talvolta con derisione, mentre si ammirano con fascino edifici che, agli occhi di chi li abita o li attraversa ogni giorno, appaiono del tutto comuni. E Ignazio Gardella (Milano, 1905 – Oleggio, 1999) incarna perfettamente la figura dell’architects’ architect: un mostro sacro per qualsiasi architetto, il cui nome è rimasto relegato tuttavia alla sfera degli addetti ai lavori. Figura centrale del razionalismo milanese, pupillo di Casabella, docente per venticinque anni allo IUAV, organizzatore della Scuola internazionale dei CIAM, designer e collaboratore di Kartell, premio Olivetti per l’Architettura nel 1955, protagonista della Prima Biennale di Architettura nel 1980, visiting professor ad Harvard, Leone d’Oro alla Carriera e Medaglia d’Oro del Presidente della Repubblica, autore di opere celebri come il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea e la stazione di Lambrate a Milano, la Facoltà di Architettura di Genova e persino i classici Esselunga in mattoni rossi, resta perlopiù sconosciuto al grande pubblico.
Il suo è un modo di fare architettura non appariscente, in cui un contenuto teorico dirompente è proposto con sottigliezza. Pur essendo una figura centrale nella storia della disciplina, Gardella non ostenta le proprie innovazioni: mette funzionamento e durata dell’edificio al di sopra di tutto; la sua qualità principale è la competenza. O, come recita il Premio Olivetti, «l’essenzialità costruttiva, l’aderenza funzionale, l’uso schietto dei materiali, […] il rigore morale». Per questo sono rare (ma necessarie) le iniziative culturali che riportano l’attenzione su architetti di questo tipo, invece che sulle scintillanti opere delle archistar.
La mostra, allestita nella città che ha posto le fondamenta della carriera di Gardella e aperta a 120 anni dalla sua nascita, è il risultato della collaborazione tra il Comune di Alessandria, ASM Costruire Insieme, l’Archivio Storico Gardella e l’associazione culturale plug_in, insieme all’Ordine degli Architetti PPC di Alessandria, Ance Alessandria e l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria. Ma è prima di tutto la mostra di Emanuele Piccardo, la cui passione per l’architettura “umilmente magnifica” di Gardella emerge dalla cura con cui è realizzata la mostra, composta da riviste d’epoca, documenti originali, disegni e piante, affiancati da una campagna fotografica di Piccardo stesso con Marco Introini, oltre ad alcuni scatti storici di Gabriele Basilico.
Dopo l’analisi di diciassette progetti, l’ultima sezione porta lo sguardo al futuro dell’architettura, presentando i lavori degli studenti del Laboratorio di Progettazione dell’Università di Genova, guidato da Piccardo e in diretto dialogo con l’architettura gardelliana. A completare il progetto, un’imponente pubblicazione di 400 pagine che raccoglie materiali d’archivio inediti destinati a diventare un riferimento per i gardelliani a venire.
Non è immediato comprendere come gli edifici apparentemente ordinari di Gardella possano — afferma Piccardo — «aver cambiato il razionalismo italiano emancipandolo dal dogma di Le Corbusier». Ma se oggi queste opere ci appaiono comuni, è anche perché la sua influenza ha ridefinito il concetto stesso di normalità in architettura. Mostre come Ignazio Gardella. Progettare la città servono a rendere questa consapevolezza un po’ più accessibile.
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