Zaelia Bishop, Lunario per sonnambuli, ph. Matilda Prisco
Lunario per sonnambuli, libro-opera di Zaelia Bishop, coincide con l’undicesimo volume della collana Traffici d’artista, diretta da Carmelo Cipriani e pubblicata da Edizioni Esperidi. Uscita ad aprile 2025, l’edizione, a tiratura limitata, ha visto la curatela di Nicoletta Provenzano e costituisce – in linea con l’attitudine che contrassegna questa iniziativa – un prodotto non immediatamente perimetrabile, da situare a metà tra gli esiti offerti dal settore dell’editoria di ricerca e il genere del libro d’artista.
Nel libro si riconoscono spunti riconducibili, principalmente, alle arti visive, alla teoria dell’immagine, alla critica d’arte, alla narrativa e alla litomanzia, nonché nuclei tematici ugualmente densi, che rinviano a lasciti intellettuali diversi. Tuttavia, parlare di questa realizzazione classificando di nomi e nozioni sarebbe inefficace per cogliere l’essenza del progetto editoriale, perché in antitesi con la sua indole osmotica e irriducibile a schemi. Difatti, già dalla titolazione, lo scritto, strutturato in due sezioni, dichiara la sua discendenza dalle categorie negative del notturno e del lunare, quindi dell’inconscio e dell’onirico.
Si tratta di condizioni non oggettivabili, che, per essere tradotte, richiedono la formulazione di una lingua altra, in cui la parola è affrancata dall’impianto gerarchico della preposizione e sottratta da finalità descrittive. Ciò implica la retrocessione dal logos al mythos, ovvero da un linguaggio organizzato per corrispondere a un’evidenza a uno originatosi per evocare un sentire. Pertanto, sovvertire le norme moderne del logocentrismo a vantaggio di un alfabeto fondato sulla sensazione è azione necessaria quando, come in questo caso, si vuole tematizzare quanto l’approccio razionale non è in facoltà di misurare.
Allora, lo stampato, coerentemente, lavora sul potere espressivo dell’immagine che collide con la parola, articolando un lessico simbolico e allusivo, che avanza per trasfigurazione anziché per definizione. La scelta di percorrere ciò che, per sua natura, è inaccessibile alla vigilanza umana si rispecchia, infatti, nel registro comunicativo posto in essere nella pubblicazione, dove frasi e pensieri accompagnano configurazioni di frammenti di pietre, secondo analogie che non rispondono a una logica prescrittiva.
Invero, assecondare le derive introspettive che si innescano per via della libertà di interpretazione che scaturisce dalla maniera ora casuale e ora arbitraria di proporre immagine e parola rappresenta – per chi scrive – l’approccio più pertinente e suggestivo, per immergersi tra le pagine del libro. Quest’ultimo, non prevedendo un ordine di consultazione prestabilito né una trama vincolante, ben giunge a restituire tanto l’indecifrabilità e la polisemia che connotano la sfera del subconscio quanto l’incertezza e le perturbazioni causate da un ricordo che risale a fatica dalle profondità del vissuto.
Così, come in un sogno, in cui la ragione tramonta per far risorgere il rimosso e dove il noto assume le forme plurali dell’ignoto, visione e testo suggeriscono, nel volume, direzioni di significato sempre differenti, al punto da rendere l’impressione di muoversi sull’orlo della contraddizione.
D’altronde, non è forse proprio la scrittura, come la figura retorica dell’ossimoro dimostra, a svelare che il linguaggio – in qualsiasi sua declinazione – deve entrare in conflitto con se stesso, per riuscire nel tentativo di esperire l’inesprimibile?
Ecco, dunque, che il grado di vaghezza che si schiude al confronto con composizioni visive ed enunciati non associabili in termini didascalici lascia margini di lettura che, come degli spazi bianchi, il lettore onironauta riempie con la propria memoria e la sua sensibilità personale, partecipando a una produzione di senso non praticabile mediante le convenzioni ordinarie della comunicazione verbo-visiva. Se cartografare la notte dell’esistenza è cosa impraticabile, Lunario per sonnambuli aiuta a intuirne la grammatica.
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