Categorie: Architettura

ARCHITETTURA, ELISIR DI NUOVE DELUSIONI

di - 22 Maggio 2009
Sembra una favola. O forse una farsa. Dipenderà dal finale, che ancora non c’è. Dunque, c’era una volta una cittadina della Magna Grecia di nome Petelia, che nel III secolo a.C. si guadagnò la gratitudine di Roma per aver resistito ad Annibale, il grande condottiero cartaginese. Per questo atto eroico le furono conferiti onori e il privilegio di batter moneta. Ora si chiama Strongoli, sta sempre lì su un’alta collina, una specie di acropoli nel blu tra il cielo e il mare della Calabria, in provincia di Crotone. Ma sono in pochi a conoscere anche solo il suo nome, figurarsi poi quel suo piccolo, eroico passato ormai remoto. Che fare?
Studiato l’argomento, individuato l’uomo giusto col nome adatto, gli strongolesi hanno trovato l’idea perfetta per far parlare di sé, tra passato e futuro. Insomma, da Annibale all’odissea nello spazio insieme a un nome come Coop Himmelb(l)au, che già di per sé parla di cielo e di blu, ed ecco fatto.
Coop Himmelb(l)au è un marchio d’avanguardia della progettazione, incarnato dall’architetto viennese Wolf Prix. Uno che “de-costruisce” – con mano leggera e con idee molto spinte – musei, attici, grattacieli un po’ dappertutto nel mondo: Vienna, Francoforte, Londra, Los Angeles, ora pare anche a Strongoli. Segni particolari: progettista-artista-guru di fama internazionale, spesso criticato anche dai più convinti sostenitori dell’architettura contemporanea per la sua tendenza estrema alla creatività formale, anche a discapito della funzione. Una creatività che pone problemi di realizzabilità e costi.

Se per lo più i progetti targati “Coop Himmelb(l)au” esibiscono geometrie utopiche, il marchio di fabbrica ne sintetizza linguisticamente tutta la poetica “spazialista”. È costruito su un doppio senso determinato dalla lettera “elle” in parentesi e con un significato complessivo decodificabile come Cooperativa che costruisce il cielo azzurro.
E allora sembrava scritto nelle stelle quest’incontro. Ubicazione: Motta Grande, sperone collinare mozzafiato – come si suol dire – nel territorio comunale di Strongoli. Progetto: una struttura/museo, flessibile e multifunzionale. Idea: una forma misteriosa, sinuosa e argentea che, da lontano, dovrebbe apparire come un pennacchio colpito dal vento, che fuoriesce e poi si stacca dalla vetta. In definitiva, un immaginario cratere che emette un’illusoria parvenza di fumo.
Tutto vero? Se in brevissimo tempo la notizia ha fatto clamore nei salotti dell’architettura di tutto il mondo, in Italia ha avuto solo scarsa eco: considerato il periodo in cui è stata diffusa, aveva tutti i crismi di un pesce d’aprile. Ma non lo è, perché “la cosa” staziona in permanenza nel sito web tra i progetti del rinomato studio viennese.

Coop Himmelb(l)au, entità che nel corso della sua storia – iniziata nel 1968 – ha conosciuto alti e bassi, in quanto viennese però proviene da una tradizione culturale in cui l’architettura è un’attività estesa a ogni ambito, fino, a dir poco, al negozietto del calzolaio, passando per gli edifici industriali e residenziali, investendo la forma degli interni, privati o pubblici, e l’arredo di strade e piazze.
Fu esplicito in un’intervista Massimiliano Fuksas. Un decennio fa, lui a Vienna costruì due grattacieli accoppiati, soprannominati non a caso Twin-Tower proprio per la loro forte incisività sullo skyline metropolitano. Fu esplicito nel dire che in Austria vi è un’attenzione per l’architettura e per i suoi dettagli che non aveva mai riscontrato altrove, e lui di esperienza internazionale ne aveva parecchia. Pertanto, la prassi architettonica è nel sostrato della vita sociale viennese, pane quotidiano anche per i media; è oggetto di partecipazione civile, di polemiche consapevoli e talvolta accanite, materia del fare programmato in vista di un’utilità e di un costante innovamento, con molta attenzione ai costi.
Quindi è inutile sottolineare le differenze di “consuetudini”, diciamo così, con cui Coop Himmelb(l)au, ovvero Wolf Prix, avrà a che fare nell’incantevole atmosfera del tallone d’Italia. E, tanto per cominciare, i soldi per questo museo a Strongoli non ci sono.

Ma intanto il carismatico Prix – scoperto leggermente in ritardo dai committenti italiani, diciamo più o meno un quindicennio dal suo pieno successo internazionale – ora va alla grande. Giusto un paio di mesi fa è stato invitato a tenere una lectio magistralis alla Facoltà d’Ingegneria dell’Università di Perugia. Città dove risulta aver conquistato stima e fiducia in ambienti per lui ideali: ambienti accademici, enti pubblici e imprenditoriali. E per costoro sarebbe stata una buona occasione per riflettere insieme a una archistar sul futuro di questa antica città, valutando la modalità di vitalizzare aree urbane in sviluppo, dotandole di strutture di nuova concezione. Una valida ragione, data la concentrazione nell’ambito di attività artistiche e culturali di sole strutture secolari, numericamente scarse, alcune persino sotterranee e un tantino tetre. Le quali, seppur correttamente restaurate, mostrano un’inadeguatezza incolmabile.
No, da costoro è scaturita l’idea di affidare all’esimio architetto il progetto per la realizzazione di una “artistica” (sic!) – così si legge nei comunicati – copertura vetrata della storica, centralissima e ampia via Mazzini. Se non è ben chiaro chi sia veramente il committente, tutto però lascia credere che l’intervento, data la superfluità e la scelta del progettista, dovrà avere una portata utopica e monumentale. E chi sa se sono state fatte ipotesi sul senso di castrazione prospettica e di claustrofobia che ne potrebbero derivare? Pare solo di capire che tale “scultura” (sic!) sarà posta a trionfale coronamento di superficie di un percorso sotterraneo sulle tracce di ricerche e scoperte archeologiche ancora a venire.

E ci mancherebbe altro che l’operazione non avesse già un titolo! Retorico e spropositato quanto basta: Camminare nella Storia. Neppure privo d’ironia, se si pensa che il transito dal passato all’epoca attuale sia stato affidato al progettista più indifferente di tutti verso i contesti storici.

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franco veremondi

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