Di questa 9. Biennale Internazionale di Architettura di Venezia ci piace il titolo: Metamorfosi. Bene esprime il fatto che l’architettura da almeno un ventennio a questa parte sia cambiata, subendo una mutazione che fa pensare a quella che dal baco porta alla farfalla o dalla scimmia all’homo sapiens. E in effetti, se si gira per le mostre allestite nelle due sedi storiche della Biennale, i Giardini e le Corderie, non si può non rimanere stupefatti dalla qualità della ricerca architettonica oggi in atto. Gli edifici sembrano diventare leggeri, fluidi, sensibili all’ambiente, caratterizzati da sequenze continue di spazi avvincenti e interessanti, avvolti da rivestimenti inconsueti che variano da quelli così trasparenti da essere quasi eterei a quelli tanto corposi da stimolare insieme vista e tatto. Se la Biennale è così bella credo però che sia più merito della qualità dei progetti che per le scelte dei curatori e in partico
La mostra alle Corderie così come pensata da Forster –che è uno storico dell’arte più che un critico di architettura- ha infatti un taglio eccessivamente formalista e tralascia il rapporto tra l’architettura, i suoi utenti e la natura circostante: si parla infatti di topografia mai di natura o di ecologia, si sottolineano i giochi dei piani e delle superfici ma poco si affronta il tema del rapporto tra il fruitore – il suo corpo, la sua intelligenza- e lo spazio. Inoltre glorifica due architetti, gli statunitensi Peter Eisenman e Frank O. Gehry, che del formalismo fanno la loro bandiera, e ne tralascia altri –quali l’olandese Rem Koolhaas– che il tema della metamorfosi lo hanno esaminato con un occhio che il critico Anceschi avrebbe definito più eteronomo, cioè più attento ai fatti della vita circostante.
E cio’ che è più grave rintraccia l’origine della metamorfosi a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, nelle opere di Aldo Rossi e di James Stirling, incappando in un duplice errore. Storico perché la metamorfosi inizia prima, almeno negli anni Sessanta con le opere della cosiddetta seconda avanguardia e coinvolge ben altri soggetti: Archigram, Metabolisti, Concettualisti, Radical, Anarchitetti, Disarchitetti. Concettuale perché non è il Postmodernism di Rossi e Stirling che inizia la metamorfosi, semmai è ciò che la ritarda.
Come sempre, interessanti e meno interessanti i padiglioni nazionali. Spicca in positivo, per la consueta intelligenza del curatore Peter Cook, quello britannico, mentre è poco incisivo, per una scelta troppo tradizionalista, quello spagnolo. Non si capisce poi perché non debba esserci un padiglione italiano dove un curatore, scelto ogni due anni, tenti di fare il punto sullo stato dell’architettura italiana. Consigliamo comunque che a gestire l’iniziativa non sia il Darc, a meno che non rinnovi la propria linea culturale sempre meno convincente. La mostra sulle dieci più importanti architetture italiane degli ultimi cinquanta anni promossa da questa istituzione ha selezionato, infatti, lavori che tratteggiano un quadro del tutto arcaico della ricerca nel nostro Paese, con punte di ridicolo toccate con la scelta di un giurato di promuovere la propria produzione. E con l’assenza di opere di architetti ben più significativi, quali ad esempio Renzo Piano.
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