A mostra conclusa si può forse gettare un secondo sguardo sulla Biennale, cercando di coglierne aspetti meno immediati, o di segnalare qualche idea o progetto che in prima istanza potevano essere sfuggiti.
La prima impressione è che la mostra sia stata costruita come un saggio, che punta l’attenzione sul filo conduttore scelto dal curatore piuttosto che su progetti o architetti. Questo da un lato spiega il fatto -inaccettabile in una mostra di arte contemporanea- di ritrovare progetti che abbiamo già visto anche in più di una edizione precedente della Biennale. Dall’altro trasforma l’opera del curatore in una specie di scommessa: se la sua tesi è chiara e ben illustrata ha successo, altrimenti la varietà e il fascino dei materiali esposti rischiano di non salvarlo dalle critiche negative. Nel caso di Metamorph si può dire che la tesi di Kurt W. Forster sulla nuova natura “distorta” dell’architettura sia abbastanza chiara, almeno agli addetti ai lavori, mentre molto meno convincenti sono sembrate le argomentazioni critiche (le sezioni, i temi specifici, i percorsi) che dovrebbero sostenerla.
La seconda considerazione è quella relativa all’approccio molto yankee: il progetto di architettura è infatti considerato quasi sempre come un puro oggetto, libero e osservabile a 360 gradi, slegato dalla natura concreta della vita che lo circonda, o che dovrebbe circondarlo. Da un lato è un modo di pensare molto radicato in Usa, dove si costruisce lotto per lotto. Dall’altro è molto coerente con il valore sempre meno realistico/urbano e sempre più onirico/artistico che sta assumendo l’architettura. Questo aspetto concettuale della mostra -curata da uno svizzero culturalmente maturato tra la New York di Eisenman e la Los Angeles di Richard Meier e di Frank Gehry– era reso evidente dall’installazione video – peraltro tristanzuola – che apriva il percorso delle Corderie: un omaggio a quattro grandi maestri – Rossi, Stirling Eisenman, Gehry – in cui però i due europei sono morti e sorpassati e i due americani sono vivi, vegeti e iperglorificati. Normale quindi che a Venezia manchino progettisti – come Rem Koolhaase molti altri – che dell’interazione tra edificio e concezione urbana hanno fatto l’identità del loro lavoro. Meno comprensibile, invece, se non per un fastidioso criterio stilistico, l’assenza di sublimi scultori di oggetti, come gli svizzeri Herzog & De Meuron o Zumthor.
L’ultima considerazione s’allontana dall’opera diretta di Forster e cerca di allargare lo sguardo all’insieme dei progetti esposti tra Arsenale e Giardini. Contrariamente alla visione del curatore gli infiniti blob, le forme organiche e i parallelepipedi ripiegati non appaiono tanto come il fronte di avanguardia dell’architettura internazionale, quanto piuttosto come una grande posizione centrista dominante in gran parte dello scenario occidentale. Ovviamente è al suo interno articolata in mille direzioni diverse, ma comunque accomunate da una imprecisa sfiducia negli strumenti tradizionali di controllo dello spazio architettonico e urbano.
Se Metamorph è il grande centro, le posizioni più estreme e stimolanti le troviamo ai Giardini. In questo senso è significativo parlare almeno di due padiglioni. Il primo è quello giapponese, vera rappresentazione dell’architettura dopo l’architettura, dove lo spazio domestico, urbano, di relazione di una intera generazione è rappresentato e spiegato senza alcun ricorso all’idea consolidata di costruire. Il secondo invece è quello spagnolo, decisamente il più conservatore, in cui tutto è all’insegna della resistenza alla nuova corrente: l’allestimento è comprensibile, ma banale e noioso, le architetture sono scelte proprio per il loro radicamento in un’idea tradizionale, la selezione è piatta e trasversale (per generazioni, aree geografiche, tipologie). Tutto molto chiaro e onesto, alla luce di un’evidente disapprovazione dell’approccio di Forster. Se non fosse che proprio dalla Spagna, negli ultimi decenni, siano venute molte delle spinte più ardite al rinnovamento architettonico.
pippo corra
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