Categorie: Architettura

architettura_opinioni | Wastelands (le terre dei rifiuti)

di - 15 Maggio 2008
Quando Galileo perfeziona l’invenzione olandese del cannocchiale, ci guarda dentro e descrive cosa vede. Consapevole dell’ottico potenziale di questo strumento, sappiamo già che quel mondo comincia caleidoscopicamente a frantumarsi; l’immagine, la riproduzione, la proiezione divengono temi d’indagine al pari dell’esperienza sensibile. Il corpo perde la sua centralità e la tecnica, prolungamento e potenziamento, appare anche nelle arti visive, modifica l’occhio, lo porta oltre i suoi limiti.
Quante volte è avvenuto questo cambio di paradigma nel pensiero umano? Spesso sono le invenzioni tecniche, filosofiche, religiose e sociali a determinare scostamenti simili e il Novecento ci ha abituato a nuovi paradigmi su ogni fronte. Di questi anni ci impressionano soprattutto le dimensioni di scala e la rapidità di diffusione di queste rivoluzioni silenziose.
Quindi, quando Massimiliano Fuksas, in un frammento di un’intervista di Alessandra Retico apparso su Repubblica del 20 febbraio scorso, afferma “anche le ecoballe potrebbero essere belle“, non solo si rifà alla tradizione di recupero dei rifiuti del Novecento artistico, degli scarti, non solo ci parla del resampling, del remix, dell’editing della musica e del cinema. Ma ci parla dei cambiamenti economici e del sistema di produzione del nostro mondo e del nostro occhio, che di nuovo si sarebbe scostato come ai tempi di Galileo. Mentre la visione estetizzante, romantica o critica del singolo detrito è stata già ampiamente analizzata nel secolo scorso, a noi contemporanei colpisce la dimensione ripetitiva, grandiosa, territoriale e pluralistica del rifiuto e, di conseguenza, delle aree e dei territori totalmente contaminati.

Esistono intere aree che chiameremo Wastelands, terre dei rifiuti, che fanno ormai parte dei biotopoi terrestri. Basta pensare alle zone del pianeta imbevute da ogni tipo di inquinante: da Dzerzinsk in Russia, con le sue tempeste chimiche di triossido di arsenico, acido prussico e fosgene, alle campagne napoletane con concentrazione di diossina di 74 pico-grammi al grammo.
Già nel ‘92 lo sguardo attento e critico di Werner Herzog in Apocalisse nel deserto, riprendendo dall’elicottero il disastro ecologico e umano dei pozzi petroliferi in Kuwait, ci mostra un paesaggio infernale, che però non può non colpirci e affascinarci. Queste “lezioni di oscurità”, parafrasando il titolo originale del documentario (Lektionen in Finsternis) hanno influenzato più recentemente Edward Burtynsky in Manufactured landscapes, dove un cimitero di navi in Bangladesh diviene luogo di umane miserie e grandiose imprese.
Che le Wastelands siano il nuovo locus amoenus contemporaneo o l’opposto del Terzo Paesaggio di Gilles Clément, dove sono tratti caratteristici l’eccessivo sfruttamento, l’omologazione e la stratificazione dei disastri?

Senza cadere nel cinismo, così ben descritto in Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag, sempre più dovremo convivere con paesaggi contaminati e deturpati, rifugiandoci magari, come la protagonista di Tideland, in un pulmino arrugginito, o impilando barili, container, ecoballe. Come vediamo fare da anni da Christo, Lot-ek e Rural Studio.

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ivan pecorari

[exibart]

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  • certo, vieni a convivere con me, così ci pensate sopra due volte, tu e Fuksas, prima di sprecare la vostra intelligenza in consimili castronerie.

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