Sulla scia di una tendenza ormai acquisita dalla cultura progettuale, secondo la quale i luoghi di lavoro in stato di abbandono diventano oggetto di un nuovo disegno indirizzato perlopiù ad ospitare le sedi di eventi culturali, nasce il MAC’s, Musée des Arts Contemporains, su progetto di Pierre Hebbelinck.
Realizzato fra il 1810 e il 1830 per volere di Henri de Gorge, facoltoso industriale di origini francesi, e attivo fino al 1954, le Grand Hornu costituisce un emblematico esempio di città operaia, secondo un modello urbano improntato al concetto di politica sociale.
Una città attiva durante la rivoluzione industriale torna a pulsare e si fa scenario originale e suggestivo dei fermenti artistici d’avanguardia.
Ideato in stile neoclassico, al suo interno si trovano, oltre ai luoghi di lavoro, le residenze dei lavoratori e degli ingegneri, gli uffici amministrativi, le fonderie, le fornaci a carbone.
Si tratta di una tipologia urbana già nota in Europa nel Settecento: nel nostro Paese, Ferdinando IV di Borbone fonda San Leucio, città operaia nata per la lavorazione della seta; in Francia, Ledoux
L’intervento progettuale di Pierre Hebbelinck, architetto e urbanista vincitore nel 2002 del Baron Horta Prize fonda la sua lettura sul dialogo serrato fra storia e innovazione. Hebbelinck sposa la memoria della città operaia a soluzioni di progetto dal segno originale e moderno, concedendo nuova luce e respiro alle tracce della storia.
Questa la chiave di lettura per interpretare le scena compositiva, quale la scelta evocativa dei mattoni neri che rivestono i nuovi plessi, pensati per ospitare le esposizioni.
Al tempo stesso e insieme a tale interpretazione affiora un linguaggio che sa esprimere la propria autonomia senza creare contrasti.
“Il sottile gioco di congiunzione-disgiunzione tra le parti del complesso (…) acquista toni surreali nella sala-ponte rettilinea che collega la ‘casa degli ingegneri’ con il complesso quadrato delle nuove sale espositive ad est. Indifferente al tracciato curvo delle rovine e all’irregolare conformazione del terreno, il ‘vagone’ è confitto nel suolo tramite due pilastri nella parte centrale e poggia, alle estremità, su cilindri metallici: un meccanismo percepibile, unitamente alle rovine sottostanti, sia dai visitatori, attraverso una finestra ritagliata nel pavimento della sala, sia dagli impiegati del museo, grazie alla finestra ‘cinemascopica’ collocata negli ambienti dell’interrato” (Mulazzani M., Sottili congiunzioni, in Casabella, Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 2003, n. 709, pp. 30-39).
Un luogo di lavoro risalente alla rivoluzione industriale, con il corredo tecnologico dell’epoca, lascia la via del degrado negligente e dell’abbandono per riprendere il corso maestro della Storia e per recuperare i tratti della sua memoria formale e
Le Grand Hornu apre nuovamente le sue porte e diventa un museo, un libro aperto che narra l’incontro fra l’architettura di inizio Ottocento e quella contemporanea e che ci restituisce le vicende e le peripezie di intere generazioni di operai.
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Grand Hornu
MAC’s, Musée des Arts Contemporains
francesca oddo
[exibart]
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