Ogni monografia su Zaha Hadid è sempre stata, necessariamente, più una raccolta di elaborati grafici che non di foto; ma questa situazione sta gradualmente cambiando. L’opera della anglo-irachena sta conoscendo una fase di notevole diffusione, oltre che in Italia, paese che la stima particolarmente, anche nei paesi di scuola tedesca e, primato per una donna, oltre oceano. Così finalmente questo numero di El Croquis può presentare un indice dove la somma tra opere costruite ed in progettazione esecutiva supera la parte di rivista dedicata ai progetti senza futuro.
Particolarmente interessante rimane comunque la sezione dedicata ai progetti di concorso, la cui lettura evidenzia uno dei principali meriti della Hadid: nonostante il successo non ha ancora tirato i remi in barca, e continua la sua ricerca attraverso il confronto e l’evoluzione linguistica.
Le opere fotografate sono il nuovo Centro di utility per il parco di Weil am Reihn, città dove aveva già lavorato per il Vitra; l’ampliamente celebrato Padiglione Mind Zone per la Millenium Dome di Londra; ed il Terminal tranviario ad Hoenheim.
Da notare, per campanilismo, i progetti “italiani” accreditati come sicuri: il Centro di Arte Contemporanea di Roma, ed il Terminal di approdo a Salerno … due città tra le più attive in Italia nella volontà di legare la loro immagine ai grandi nomi dell’architettura contemporanea.
Sempre molto sostanziose sono le interviste di apertura. Il dialogo con la Hadid dà il nome a questo numero: “il paesaggio come pianta”, e tocca tutti i temi della sua produzione recente.
In appendice una miscellanea di installazioni, allestimenti, mostre … quasi a rimarcare l’elevata qualità di una produzione di architettura effimera che da sempre materializza le capacità scultore della Hadid ben oltre quanto si possa edificare con materiali durabili.
Marco Felici
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