Categorie: Architettura

L’architettura non è mai neutrale e quella trumpiana è fascista

di - 12 Gennaio 2026

Tra l’edificio dell’Obama Foundation a Chicago e l’idea di architettura prediletta da Donald Trump non c’è soltanto una differenza di stile. C’è una differenza di mondo. Da una parte un’architettura asimmetrica, instabile, scavata, porosa, immersa nella vegetazione, la cui silhouette sembra modellata dal vento più che dal righello. Una pelle continua che si comporta come un testo, che racconta, stratifica, assorbe e restituisce complessità. Dall’altra, l’arco di trionfo, reale o simbolico, come emblema di una “Grande Tradizione Occidentale” intesa in senso monumentale: simmetrica, stabile, diritta, composta di geometrie pure, fondata su colonne, frontalità e gerarchia.

Obama Presidential Center tower, courtesy Obama Foundation

Il confronto non è semplicemente estetico. È politico in senso profondo. Non perché Obama “rappresenti la sinistra” e Trump “rappresenti la destra”, ma perché le loro architetture incarnano due modi opposti di concepire il rapporto tra forma, potere e mondo. Se Trump non potesse avere un edificio neoclassico, con colonne e capitelli, cosa sceglierebbe? Un’architettura come quella dell’Obama Foundation, organica, instabile, immersa nella complessità? Oppure un’architettura senza ornamenti ma ugualmente diritta, ortogonale, fondata su geometrie pure, su pilastri quadrati, su ordine, serialità e rigore? La risposta è evidente: sceglierebbe la seconda. Un’architettura razionale – o fascista -, anche senza capitelli. Un’architettura esclusiva, nel senso di escludente, creatrice di un interno e un esterno, cioè autoritaria.

Veduta aerea del Lincoln Memorial

Questo perché ciò che conta non è la decorazione ma la struttura di potere incorporata nella forma. Il classicismo non è che una delle maschere possibili di una stessa logica spaziale: quella che riduce la complessità del mondo a pochi principi geometrici autoritari, che sostituisce la molteplicità con la serie, l’ambiguità con la norma, il vivente con l’astratto.

Il fascismo, in architettura, non è uno stile: è una logica. Non coincide con il travertino, con le colonne o con la monumentalità storicista. Coincide con l’ossessione per l’ordine, per la simmetria, per la frontalità, per la gerarchia, per la riduzione del reale a un sistema semplificato e controllabile. È una forma di governo dello spazio prima ancora che un linguaggio formale.

E qui si apre una questione scomoda per la cultura architettonica contemporanea, in particolare per quella che si riconosce come progressista. Nelle scuole di architettura si continua a insegnare che l’architettura fascista o razionalista è un’architettura di grande qualità formale e che il suo linguaggio è neutro, autonomo, separabile da qualunque contenuto ideologico. Si afferma che il rigore, la chiarezza geometrica, la purezza formale siano valori in sé, indipendenti dai sistemi politici che li hanno prodotti e utilizzati.

Palazzo della Civiltà Italiana, Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula e Mario Romano, Roma

Ma questa è una finzione epistemologica. Non esiste forma senza mondo. Non esiste geometria senza una scelta di campo. Il fatto che un’architettura sia formalmente “bella”, “potente” o “ben progettata” non la rende neutra. Al contrario, spesso la sua efficacia formale è proprio ciò che la rende uno strumento politico straordinariamente potente.

L’analogia con la musica è illuminante. Una colonna sonora horror può essere di altissima qualità. Può essere tecnicamente raffinata, emotivamente efficace, memorabile. E tuttavia nessuno direbbe che sia neutra e nessuno sceglierebbe di farla ascoltare nelle elementari durante l’orario scolastico: il suo compito è precisamente quello di produrre angoscia, tensione, paura. La sua qualità coincide con la sua capacità di generare un certo tipo di esperienza emotiva.

Perché allora l’architettura dovrebbe essere diversa? Perché dovremmo considerare “neutra” un’architettura che, attraverso ordine, simmetria, gerarchia e monumentalità, produce un’esperienza di soggezione, di controllo, di riduzione della complessità?

Obama Presidential Center tower, courtesy Obama Foundation

Il problema non è che l’architettura fascista abbia prodotto edifici di grande qualità formale. Questo è innegabile. Il problema è che quella qualità formale funziona perfettamente come dispositivo politico. È una qualità che educa il corpo e lo sguardo alla disciplina, alla frontalità, alla subordinazione a un ordine superiore.

L’architettura non descrive il mondo: lo seleziona. Ogni progetto è una riduzione del reale. Ogni riduzione è una scelta politica. Ogni scelta politica produce inclusioni ed esclusioni.

Quando un progetto ammette solo geometrie pure, solo linee diritte, solo simmetrie e parallelismi, non sta compiendo una scelta “tecnica” o “razionale”. Sta costruendo un mondo in cui tutto ciò che è irregolare, instabile, complesso, ambiguo, organico viene simbolicamente espulso. Viene messo “fuori” dal mondo dell’uomo, dal mondo civile, dal mondo che conta.

Esattamente come faceva l’architettura fascista quando cercava di imporre una dottrina politica attraverso lo spazio. Non tanto con i simboli ma con la grammatica profonda delle forme. Attraverso la serialità, l’ortogonalità, la ripetizione disciplinare, la subordinazione di ogni elemento a una regola superiore.

In questo senso, l’Obama Foundation e l’architettura trumpiana rappresentano due ontologie politiche opposte. L’edificio di Chicago accetta la complessità come dato originario. Non cerca di ridurla ma di abitarla. È asimmetrico, scavato, poroso, attraversato dalla vegetazione, privo di una frontalità dominante. Non impone un ordine unico ma mette in scena una pluralità di tensioni. Non si erge come monumento al potere ma come infrastruttura di relazione.

L’architettura di Trump, reale o immaginata, al contrario, esiste solo come affermazione. È sempre frontale, sempre gerarchica, sempre simbolicamente superiore a chi la guarda. È fatta per dominare lo spazio, non per negoziarlo. È una macchina di comando prima ancora che un edificio.

Ala Est della Casa Bianca, ph. Andrew Harnik / Getty Images

Oggi però accade qualcosa di decisivo. La tecnologia ha eliminato ogni alibi tecnico. Trasformare un blocco di marmo in una lastra rettangolare è un processo tecnicamente simile a trasformarlo in una superficie a geometria variabile, topologica, contraddittoria, molteplice. Progettare una torre ortogonale è, dal punto di vista operativo, paragonabile a progettare un organismo architettonico complesso e non euclideo.

La scelta della geometria non è più una necessità: è un atto etico. Continuare a usare solo parallelepipedi, griglie ortogonali, simmetrie rigide, serialità disciplinari, non significa “restare razionali”. Significa scegliere deliberatamente di abitare un mondo povero, ridotto, normativo. Un mondo che ha più affinità con l’immaginario autoritario che con quello democratico.

Ed è qui che il discorso diventa scomodo per la sinistra culturale e per il mondo accademico. Perché per decenni si è difesa, spesso inconsapevolmente, l’estetica dell’ordine come se fosse neutra, universale, progressiva. Si è continuato a insegnare l’architettura fascista come linguaggio autonomo, separabile dalla politica, come puro esercizio di rigore e composizione. Nel 2026 questa posizione non è più sostenibile.

Non è più una semplice rimozione storica: è una scelta politica. Lasciare che l’architettura autoritaria continui a occupare il centro del canone formativo significa lasciare che la grammatica spaziale dei nostri avversari continui a essere percepita come naturale, inevitabile, “razionale”. Forse è arrivato il momento di voltare pagina. Di riconoscere che l’architettura è sempre una forma di governo dello spazio e dei corpi. E che smascherarne il contenuto è il gesto ideologico più potente che possiamo compiere.

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