Categorie: Architettura

Qui Milano. Le piazze di domani, e i turisti di oggi

di - 23 Aprile 2020

Piazze “spiazzate” dal silenzio al tempo del coronavirus in cui gli unici abitanti sono i piccioni “umanizzati”, anche se ci sembrano più famelici e sbigottiti dalla mancanza di turisti, perché scarseggiano chicchi di grano elargiti a piene mani per attrarli e scattare il rituale selfie nei “luoghi comuni” davanti ai monumenti che la caratterizzano. Se per Maurizio Cattelan duemila piccioni impagliati e allineati sulle capriate del Palazzo Esposizioni a Venezia, in occasione della Biennale di Arti Visive del 2011, erano Turisti (è questo è il titolo dell’opera), oggi questi sono gli unici “cittadini” a godersi le piazze dei centri storici. Da oltre un mese i piccioni sono a digiuno di patatine e avanzi di pizzette o altre leccornie che rubano con disinvoltura dai tavolini dei caffè intorno alle piazze italiane. Noi manchiamo all’agorà. Agorà in greco antico è il termine con la quale si indicava la piazza, il cuore della polis (città) sia dal punto di vista economico, commerciale che dal punto di vista religioso, politico e sociale, in quanto luogo della democrazia (termine che deriva dal dal greco dèmos) per indicare il popolo (escludendo le donne), ceto sociale in contrapposizione all’aristocrazia per eccellenza, dove avvenivano le assemblee dei cittadini per discutere i problemi della collettività e decidere collegialmente su quali leggi erano necessarie per la comunità e quali rappresentanti dovevano essere eletti per tutelare i loro interessi. La piazza un’ invenzione urbanistica inclusiva per attitudine, che ha subito diverse modifiche dall’età di Pericle (intorno al V secolo) a oggi, senza mettere in discussione la sua identità sociale, fulcro di libertà di scambio e relazione seppure effimera e transitoria.

Maurizio Cattelan, Turisti, 1997

Le piazze vuote di Milano e delle altre Capitali europee, al tempo del coronavirus, per la prima volta nell’epoca della globalizzazione dei flussi turistici e di viaggi a basso costo da un capo all’altro del pianeta, hanno perduto la loro identità, e così vuote e silenti non le ha prefigurate neppure Giorgio De Chirico nelle sue celebri vedute metafisiche abitate dalle ombre. A questo punto la domanda è che fine hanno fatto le parole chiave inclusione sociale e riqualificazione delle piazze nell’architettura del presente che dovrebbe avere la responsabilità di costruire comunità? Quanto mancano i cittadini a dare senso compiuto alla piazza, spiazzata dall’ordinanza di segregazione domestica? La piazza vuota in verità non è mai statica come sembra, è come un guscio di un uovo, simbolo di fecondità, di nascita e resurrezione, un involucro di copertura apparentemente statico ma in realtà poroso, capace di tutelare e contenere processi di rigenerazione in corso, perché dentro pulsa di vita e, dall’uovo poi nasce il pulcino. La metafora è giustificata, se non perdiamo di vista l’obiettivo di Milano, governata dal centrosinistra fino al 2021, di puntare sul recupero di 88 piazze cittadine, molte delle quali ancora in stato vergognoso e non solo nelle periferie. Il piano di recupero delle piazze esistenti coincide con la progressione degli spazi dei cantieri della linea 4, riaperti da pochi giorni, che aumenterà spazi pedonali per 305mila metri quadrati e circa 600 nuovi alberi e piste ciclabili.

Giorgio De Chirico, L’enigma di una giornata, 1914

In autunno se “tutto andrà bene”, mantra del funesto periodo che stiamo vivendo, partiranno i lavori di riqualificazione di piazzale Archinto all’Isola, sempre più “movidosamente” attrattiva, soprattutto per gli speculatori immobiliari, intorno a Porta Nuova. A Porta Venezia sono aperti i bandi per piazza Lavater, trasformata in anni recenti in un parcheggio ma con ancora gli alberi al loro posto; abbiamo già pubblicato il progetto previsto per la riqualificazione della vituperata piazza Loreto, e intanto i lavori in piazza Agostino tra polemiche e lentezze si stanno ultimando, e si vedono già i risultati. È già una realtà la piazza antistante al Cimitero Monumentale, in Porta Volta, dove attualmente anche le cornacchie gracchianti, nel vuoto desolante che le circonda, sembrano urlare contro tanta mestizia e con stupore, forse, si interrogano sulla misteriosa scomparsa dell’umano e del solito traffico metropolitano. Alla Bovisa il Politecnico investe sulla sua piazza antistante; questi e altri interventi si covano sotto il silente vuoto delle piazze milanesi, fulcro di una architettura “umanistica” e inclusiva. Di questo periodo resteranno fisse come lapidi nella nostra memoria le immagini di piazze vuote, metafisiche, delle città del mondo, ma chi si ferma alle apparenze è perduto. Dobbiamo fare uno sforzo d’immaginazione, gettare lo sguardo oltre la stasi, perché per necessità storica le piazze torneranno a rappresentare uno dei simboli del cambiamento anche rispetto ai nuovi comportamenti che dovremmo adottare, nel bene e nel male, fino alla fine del covid19. Quel maledetto virus che corona i nostri destini, ma non potrà contagiare l’istinto “attivo-evoluzionista” di raggruppamento della comunità.

Jacqueline Ceresoli (1965) storica e critica dell’arte con specializzazione in Archeologia Industriale. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente.

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Tag: agorà coronavirus coronavirusitalia emergenza coronavirus Giorgio de Chirico maurizio cattelan milano pericle polis turisti

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