Grazie all’esclusiva internazionale con alcuni dei piú famosi artisti contemporanei, Bruno Bischofberger si permette, e ci regala, pezzi freschi appena usciti dagli atelier. L’allestimento é sempre essenziale, nella sua galleria rettangolare all’angolo del trafficatissimo Utoquai a Zurigo; esalta la linearità e l’eleganza del suo lavoro svolto, come sempre, con un interesse vero per l’artista. A ognuno dei suoi artisti-amici viene offerta la possibilità di esporre tout-court la loro produzione piú recente, una specie di banco di prova, una finestra nello studio.
Questa volta tocca a Francesco Clemente, il piú trans-oceanico della trans-avanguardia di Achille Bonito Oliva. Esportato immediatamente nella New York degli anni ’80, Clemente non manca di dare il suo morso alla grande mela facendosi conoscere e apprezzare tra i giovani talenti suoi coetanei, Schnabel, Basquiat e Haring, cosí come tra personalità illustri, quali Warhol, Ginsberg e lo stesso Bischofberger.
Francesco Clemente si inserisce perfettamente nella vita della capitale; nonostante la sua estrazione classica e mistica, in cui le origini mediterranee si affinano nei lunghi soggiorni nel continente indiano, il suo lavoro fa presa sulla New York dei graffiti. In breve la sua posizione diventa centrale nella vita intellettuale e artistica della città; firmerà infatti, gli affreschi del Palladium nell’85, discoteca-tempio aperta dagli ex dello Studio 54, insieme a Kenny Scharf (quello del Jungle Jism) e Keith Haring, il numero uno dei graffitisti underground. Quando la discoteca fu distrutta gli affreschi vennero recuperati in tanti piccoli frammenti e esposti, ultimamente, in giro per il mondo dall’artista stesso. Nella galleria di Bischofberger, in una stanza piccola e buia, c’é il frammento piú prelibato di tutta quell’opera: il pannello centrale, esposto con modestia, a rappresentare l’attenzione di Bruno per il suo caro amico Francesco. Da solo vale tutta la mostra.
E poi trenta pastelli immatricolati 2004, tutti di un unica dimensione (50X70), fanno corpo unico attorno allo spettatore. Trenta pagine dal variopinto vocabolario clementiano, dove i simboli si dipanano e si inseguono descrivendo l’intimità terrena e terrosa dell’artista. Tra i soggetti preferiti il rapporto conflittuale con una sessualità tanto fisica quanto astratta, che degli attributi intimi fa dei totem magici, delle fessure verso universi paralleli e siderali, dei dogmi prepotenti. E ancora il rapporto con la propria figura, riprodotta, iconizzata e poi negata, cancellata e martirizzata.
Il binomio Bischofberger-Clemente si dimostra sempre interessante, mai sbiadito dal tempo e con sempre più cose da dire. In tutta semplicità si riuniscono un teutonico gallerista e un mistico partenopeo per un vivace dibattito tra l’amarcord e il futuro, uniti da una comune passione illuminante e totalizzante per l’arte.
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Sarebbe bello leggere articoli corredati da più immagini, ad esempio perchè non avete inserito un'immagine del favoloso pannello-affresco di Clemente?Adesso sono curiosa e di certo non posso recarmi a New York.