Una mostra ben fatta questa dedicata a Pino Pascali, con un percorso espositivo diviso in due parti, che ci permettono di seguire la vita dell’artista e, contemporaneamente, la fulminante progressione della sua arte.
Realizzata dal Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía in collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, curata da Sandra Pinto e Livia Velani, la mostra espone un’ottantina di opere di cui 14 provenienti dalla GNAM stessa, come Lavori in corso, o Pezzi di donna. Le altre opere provengono da tutto il mondo, sia da istituzioni pubbliche che private. La Vedova Blu da Vienna, le Cascate da Strasburgo. Manca invece il Mare, rimasto ad Osaka per i timori legati al suo trasporto.
La prima parte della mostra include materiale biografico e documentario, volto anche alla ricostruzione delle installazioni temporanee. Si ripercorrono i sui esordi come grafico pubblicitario e scenografo per la RAI, sono esposte 32 fotografie inedite, affiancate da altro materiale documentario sulla sua opera e sul suo personaggio.
La seconda parte invece cerca di ricostruire la sequenza delle apparizioni pubbliche di Pascali: alla storica Galleria la Tartaruga di Roma nel 1965, alla Galleria Sperone di Torino nel 1966, sino alle varie apparizioni ed al rapporto con la Galleria Sargentini di Roma, che in quegli anni era un polo per le nuove avanguardie romane, e dove Pascali espose anche il famoso “Cannone”. Stranamente, nonostante il rapporto stretto tra Fabio Sargentini e l’artista, manca in questa esposizione un contributo dalla sua galleria.
Nato nel 1935 e morto improvvisamente a seguito di un incidente nel 1968, Pascali è stato tra i protagonisti del rinnovamento concettuale dell’arte Povera, leader a Roma delle giovani avanguardie. Circa 10 anni di attività sono bastati a Pino Pascali per irrompere sulla scena dell’arte italiana come una meteora e lasciarvi un segno indelebile, rivoluzionario. La brevità temporale della sua vita è stata compensata da una furiosa e frenetica attività creativa, realizzando opere che stupivano gli spettatori, li sconcertavano e li ammaliavano con la loro semplicità, adoperando materiali semplici, “poveri”.
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Silvia Giabbani
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