Ognuno di noi sceglie i propri predecessori. Da buon autodidatta, Francis Bacon (Dublino 1909 – Madrid 1992) lo ha fatto con costanza e consapevolezza per tutta la vita, dagli esordi come designer ispirato dal Bauhaus ai primi disegni e oli cubisti e surrealisti (i Surrealisti non ne accettarono la richiesta di ammissione e lui smise di dipingere), dalla distruzione dei propri lavori nel 1944 alla messa in opera di una defigurazione in pittura, sconvolgente e sempre pronta al confronto con i grandi del passato, da Tiziano a Velázquez, Rembrandt, Ingres, Van Gogh, Picasso.
Ideata da Wilfried Seipel, direttore del Kunsthistorisches Museum di Vienna e curata da Barbara Steffen, la mostra giunge a Basilea e propone quaranta opere di Bacon, tra cui alcune inedite in Europa, affiancate ad altrettante di grandi artisti del passato.
L’arte non si spiega solo con la vita dell’artista, ma la straordinaria carica emotiva e pulsionale delle visioni di Bacon trova nelle sue vicissitudini la chiave per intuire le tempeste interiori di un animo esacerbato, come spiega Daniel Farson, pronipote di Bram Stoker, nella biografia (oltre ad una bella ricostruzione Soho in the fifties), che narra delle numerose idiosincrasie, insofferenze ma anche incontenibili entusiasmi dell’artista irlandese, dedito in modo maniacale alla propria arte e sovente preda di furori alcolici che si tradussero in violenza cromatica e compositiva: “Secondo Allen Ginsberg Bacon dipingeva come Burroughs scriveva”.
Per meglio mostrare questa turbolenza esistenziale e illuminare il rapporto tra Bacon e le proprie fonti d’ispirazione (la tradizione ed il rapsodico accumulo di immagini del quotidiano), l’esposizione presenta una settantina delle immagini tratte dalle decine di migliaia presenti nel suo studio londinese, ricostruito nel 1998 dentro la Hugh Lane Municipal Art Gallery di Dublino: fotografie, schizzi inediti e ritagli di giornali, scatti ottocenteschi di Muybridge e fotogrammi di film di Eisenstein e Buñuel. Ma anche molte fotografie di cataloghi d’arte, vera risorsa del pittore come dimostra il ritrovamento della foto di un’opera molto amata da Bacon, quel ritratto “troppo vero” di Papa Innocenzo X (1546) di Velázquez che rifece in molte versioni, poi tutte rinnegate: “non si può aggiungere nulla a ciò che è perfetto”. La più tagliente ritrae un Papa urlante e spettrale seduto su uno scranno dorato come dentro una gabbia fatta di sbarre di luce. Il dolce accostamento del viola e del giallo illumina una dimensione carica d’angoscia che sintetizza l’esperienza di vita interiore di Bacon, convinto che “ogni cosa in arte sembra crudele perché la realtà è crudele”. A questa opera si affiancano esempi eccellenti di una visione sublime e terribile della condizione umana e di una riduzione, che non ha eguali, del corpo ad ammasso brutale attraversato da forze mostruose e dirompenti, primitive. La mostra si divide in diverse sezioni, tra cui i ritratti papali, quelli di amici come Isabel Rawsthorne, i trittici, la rappresentazione della carne ed i ritratti dell’amante suicida Gorge Dyer. Sezioni approfondite nei 23 saggi critici dell’eccellente catalogo (Skira), insieme agli elementi ricorrenti (come la gabbia, l’urlo, la velatura, il cerchio, l’ombra, la rappresentazione del corpo e della carne, lo specchio,…) della pittura di colui Damien Hirst ha definito come “totalmente nudo e pulito, senza bugie, dubbi o altro”, confessando “volevo essere un pittore ma la pittura è morta con Bacon”.
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nicola angerame
mostra visitata il 20 aprile 2004
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