Quando nel 2000 abbandonò la natia Svizzera per la periferia di Buenos Aires, Gian Paolo Minelli s’immerse in un mondo di abbandono e di violenza quotidiana, dove la speranza di una vita migliore era già morta. Ma quello che non si aspettava di trovare, forse, era un’umanità nascosta tra le pieghe di quelle drammatiche condizioni d’esistenza. Approdato in Argentina con la voglia di denuncia, Minelli riscopre una diffusa positività tra i giovani che, pur destinati a una morte quasi certa, per droga o per colpi d’armi da fuoco, comunicano una vitalità esplosiva, catturata negli scatti presentati in questa mostra.
In una sezione sono esposte le foto di un progetto che l’artista svizzero porta avanti anno dopo anno: un corso di fotografia per i giovani del quartiere Lugano, a Buenos Aires. Un video girato per le strade del rione va ad affiancare le foto che i ragazzi hanno scattato da soli, senza nessuna guida, pieni d’entusiasmo. Ed è una periferia diversa quella che vediamo dalle loro immagini: non ci sono le case fatiscenti e le strade di fango scuro, ma piuttosto cartelloni colorati, bimbi sorridenti e allegre scene di vita quotidiana. E’ la città vista attraverso sguardi disarmanti e sereni, nonostante tutto. E Minelli questa lezione l’ha imparata.
Nella sezione Galpón-Colon si trovano i risultati di una session video-fotografica nei depositi di scenografie del teatro Colon, lì nella zona sur. L’artista scatta le sue foto alle scenografie, ritraendo quel decadente “fuori scena” simbolo della vita nel barrìo, dove le luci del palcoscenico non arrivano.
Alle foto fanno da contrappunto le immagini del video, in cui un ragazzo del quartiere riesce ad animare queste scene sopite, senza vita, inventando in estemporanea un dialogo surreale con un immaginario alter ego.
È difficile resistere alla forza di questi giovani, tanta è la voglia di vivere che portano con sé. Nell’ultima serie di immagini, Zona_Sur, sono loro che rubano la scena al fotografo, scegliendo da soli la posa migliore per degli autoscatti che ritraggono tutta la disperazione, l’incoscienza, la speranza e il desiderio di chi convive con la morte e non teme la vita.
Minelli, con la sua sensibilità, si pone nei confronti della dura realtà locale come uno specchio, riflettendo in galleria la luce che questa gente ha dentro. Una mostra semplice ma devastante per contenuti, che prova a turbare il commun pensée di una città tranquilla come Lugano.
fabio antonio capitanio
mostra vista il 18 novembre 2005
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