Il cenacolo di artisti selezionato da Wu Hong per questo nuovo happening fotografico mira chiaramente a dare espressione ad un’ attitudine immaginativa che vuole conciliare i due principali trend stilistici presenti in seno al panorama cinese contemporaneo: dando voce ad un collettivo di 13 giovani autori, che tendono a prendere le distanze sia dal generico fenomeno della così detta “arte concettuale “, che da uno stile più didascalico-documentaristico, si apre un terzo percorso – così apostrofato dallo stesso Wu Hong- che pur inserendosi nel flusso creativo contestualizzato nell’odierna politica sociale, ampiamente foraggiato dai tracciati creativi degli anni ’90 (cinicamente sensibili ai rapidi cambiamenti orbitanti attorno al sistema consumistico), muove lungo il tracciato di un nuovo “modus vivendi”.
Lo strumento fotografico costruisce visualizzazioni orientate sulla singolarità di personali esperienze di vita, nell’evocare un mondo interiore comunicativo di individuali interpretazioni esistenziali.
La fotografia diventa così autentica ed evocativa, diventa uno stimolo alla riflessione, che immobilizza scampoli di realtà pregni di significato, come negli spontanei gruppi di immagini di Zheng Hongsheng, e nella genuinità delle occhiate catturate da Sun Hongbing.
Il tessuto urbano compare invece come un sistema confuso e sfuocato laddove disintegra e omologa i dettagli che lo costituiscono: in questo senso Weng Feng e Yi De’er utilizzano lo stesso taglio vouyeristico per dare rilevanza, il primo attraverso una lente di ingrandimento e il secondo attraveso piccoli specchi, anche alle minime frazioni della realtà quotidiana.
Meng Jin invece decostruisce attraverso effetti digitali l’usuale percezione dello spazio, riproducendo dai tetti immagini “vertiginose” dell`umanità e dei segni che-disorientata- lascia sul territorio.
L’effimero che intacca le moderne abitudini mondane è tema comune per Yang Dong e Bai Yiluo, dove il secondo riprende con sguardo atavico oggetti, mosche e peli, criticando un “Ordine” che sta a guardare inerme il progressivo deterioramento dei rapporti umani (“People”).
Altri artisti si focalizzano invece sulla ricerca della sottile linea d`ombra che segna il passaggio dall’esistenza all’estinzione, intenti a cogliere nell`inerzia della morte e nella paura umana verso di essa, il significato che sempre più ad oggi gli uomini vanno decurtandole: tra questi colpiscono le foto in b/n di Yan Jun, le quali scongelano l’ultimo attimo di vita dalla postura funeraria di corpi ritratti sul luogo del loro abbandono. Vita e morte estremi, insiemi e intersezioni del flusso che permea qualsiasi essere; è così anche per gli alberi secolari ripresi da Zhu Jiangbo, che ne documenta il ritorno alla vita dopo lo sradicamento dalle foreste primitive del Fu Jian, dello Jiangxi e Guizhou, e per i soggetti di Wang Xinyi, dove la complessità dell’esistenza si dischiude nei ritratti funebri di vermi, gatti e uccelli.
Pedanteria e riciclaggio sono attitudini estranee a questi nuovi linguaggi espressivi, che non condividono con molte delle opere dispacciate sul mercato dell’ovest dall’attuale scenario artistico cinese nè l’auto-citazione, nè la premeditata ricerca di un mirato stile “di gusto”, al di fuori del quale non resta nulla se non l’humus per una indisponente presunzione, e una ristagnate produzione in serie alla mercè dei compratori.
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