Categorie: Mostre

A Milano il nuovo corso di Le Pleiadi Art Gallery, la galleria che mette in dialogo maestri del passato e artisti emergenti

di - 11 Gennaio 2026

Entrando al numero 12 di via dell’Orso ci si lascia alle spalle l’affollata Brera per varcare la corte di un complesso residenziale, un’inaspettata oasi di pace. È qui che ha sede la nuova vita di Le Pleiadi Art Gallery, uno spazio collocato al piano terra di cui, già affacciandosi dalle finestre che danno sull’esterno, si può scorgere una realtà espositiva immersa in un’atmosfera calda e domestica. La storia della galleria comincia negli anni Settanta a Monza, quando Carla Canzi decide di entrare nel mercato dell’arte concentrandosi sulla pittura italiana tra Otto e Novecento, specializzandosi in particolare sulla Scuola Lombarda e sui maestri del Realismo e del Divisionismo. Nonostante l’arte antica e moderna ne costituiscano il DNA, la galleria guarda oltre, quando il figlio Gianluca Colombo ne prende le redini e la trasferisce a Milano, aprendosi alle ricerche artistiche del Dopoguerra.

Maria Lai, Fili di cielo, installation view, Le Pleiadi Art Gallery, Milano, Courtesy Archivio Maria Lai, Ph Michele Alberto Sereni e Natascia Giulivi

Dopo oltre 50 anni di storia, Le Pleiadi Art Gallery compie un salto ulteriore, affrontando le nuove tendenze del mercato e i mutamenti del collezionismo e sperimentando dialoghi inattesi tra i diversi linguaggi che arrivano fino al contemporaneo. Determinante in questo è stata l’entrata di Irene Giardini, art dealer con alle spalle un’esperienza in case d’asta e fiere internazionali, la cui direzione apre la strada a un nuovo corso. Si parte infatti con Fili di cielo. Scritture, una mostra dedicata a Maria Lai a cura di Chiara Manca, in corso fino al 30 gennaio 2026. Una raccolta di oltre 30 opere racconta l’universo della pioniera dell’Arte Relazionale, tra le artiste italiane più note a livello internazionale, vissuta tra il 1919 e il 2013 e indissolubilmente legata al suo paese d’origine Ulassai, nell’Ogliastra.

Maria Lai, Telaio, stoffa, filo, legno, vernice e tempera, 49×36 cm, Courtesy Archivio Maria Lai, Ph Michele Alberto Sereni e Natascia Giulivi

Non si può comprendere il suo lavoro senza ripercorrere la storia di Legarsi alla montagna, un’azione che, alla fine degli anni Settanta, aprì in modo decisivo un nuovo linguaggio che non solo coinvolgeva direttamente lo spettatore nell’opera, ma fungeva da elemento attivatore di un’intera comunità. In quel periodo, infatti, l’allora sindaco di Ulassai commissionò a Maria Lai un monumento ai caduti. L’artista, rifiutando a priori il consueto paradigma della scultura celebrativa, reinterpretò un’antica leggenda locale, progettando di legare tra loro le porte delle case, le strade, gli edifici, fino alla montagna che sovrasta il paese. Legarsi alla montagna fu un atto tanto visionario quanto contestato, che per decenni non riuscì a trovare la giusta legittimazione nella storia. Quel filo di tessuto celeste non collegò tra loro solo gli arredi urbani e le proprietà private all’elemento naturale, ma irruppe con forza in legami, dissapori e dissidi che intercorrevano tra gli abitanti del Paese, facendo accadere l’inaspettato e costringendoli in qualche modo a fare i conti con esso. L’intrico inesorabile tra filo e legame, parola e tessuto, trova eco nella mostra de Le Pleiadi Art Gallery, dove i simboli cari alla poetica di Maria Lai ricorrono continuamente nelle opere esposte.

Maria Lai, Fili di cielo, installation view, Le Pleiadi Art Gallery, Milano, Courtesy Archivio Maria Lai, Ph Michele Alberto Sereni e Natascia Giulivi

Come nelle diverse versioni di Telaio, composizioni a-gerarchiche che stanno al confine tra bidimensionalità e tridimensionalità, dove la cornice non rappresenta un limite ma si sovrappone in diversi esemplari attraversati dai fili tesi di telaio. Questi ultimi, a loro volta, diventano partiture liriche che accompagnano elementi vegetali e naturali, come la capretta o la lucertola, simboli del territorio ma anche costanti del linguaggio artistico di Lai. Fili, ricamo e tessitura trovano la più emblematica espressione nei suoi libri, costruiti attraverso una parola antica e pre-alfabetica, segni silenziosi di un universo ancora non decodificato e da esplorare con approccio primordiale. Il filo lega, unisce, lede le ferite dell’esistenza, ma allo stesso tempo afferma la propria identità, si manifesta nella sua inafferrabilità. A colpire è anche un presepe realizzato in juta, piume e lustrini, le cui statuine paiono incedere, delicate e solenni, col viso rivolto verso il basso sotto un cielo stellato che le avvolge.

Maria Lai, Tra sogno e risveglio, 2000, stoffa, filo e tempera, 22,5×16,5×3 cm, Libro aperto, Courtesy Archivio Maria Lai, Ph Michele Alberto Sereni e Natascia Giulivi

Le Pleiadi Art Gallery, forte di una storia lunga più di mezzo secolo e al tempo stesso al centro di un profondo rinnovamento, proseguirà nei prossimi mesi con un programma espositivo capace di attraversare epoche e linguaggi: dalla selezione di opere legate all’esperienza del gallerista Franco Toselli agli scatti di Nadar che hanno immortalato i volti dei maestri impressionisti, fino alle ricerche degli artisti emergenti. Un percorso di dialoghi e attraversamenti, in cui il passato diventa materia viva per leggere il presente e immaginare il futuro della galleria. Ad aprire questo nuovo ciclo sarà la mostra di Giovanni Gaggia, attesa per la primavera.

Maria Lai, Presepe, statue di juta in teca di legno, piume e lustrini, 35x200x15 cm, Courtesy Archivio Maria Lai, Ph Michele Alberto Sereni e Natascia Giulivi

Nata a Pesaro nel 1991, è laureanda nel corso di Visual Cultures e Pratiche Curatoriali presso l'Accademia di Brera. È residente a Milano dove vive e lavora come giornalista freelance per diverse testate di arte, concentrandosi sul panorama contemporaneo tramite news, recensioni e interviste su online e cartaceo. Oscilla tra utopia e inquietudine; ancora tanti sogni da realizzare.

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