La Fondazione di Marguerite e Aimé Maeght non necessita di presentazioni: inaugurata nel 1964 da André Malraux, un’architettura visionaria firmata da Josep-Lluis Sert, le opere di Giacometti, Chagall, Tal-Coat, Braque, Bury e le monumentali sculture di Miró. Senza contare la straordinaria collezione, la pubblicazione di Répères, i simposi e la biblioteca.
Il programma estivo-autunnale è dedicato a una sola grande mostra, che impegna l’intera superficie della Fondazione: protagonista è “l’imperiosa necessità delle avanguardie russe”, come titola l’intervento a catalogo del curatore. In altre parole, l’inizio del secolo – dal 1908 al 1929 – in una delle terre più proficue per l’arte d’avanguardia, con oltre 150 opere provenienti dai maggiori musei russi e non solo.
Il solo elenco degli artisti presenti dà la cifra della ricchezza dell’evento. Pescando qua e là fra i lavori che impressionano maggiormente: il Ritratto di Ivan Kliun (1913) di Kazimir Malevitch, splendido esempio di cubo-futurismo; proprio di Kliun, la Composizione non figurativa (Autoritratto con la sega) (1914), capolavoro cubo-futurista analitico. E ancora, il Violino (Cubismo) (1920) di Ivan Gavris, direttamente dal museo Kovalenko di Krasnodar. Magnifico esemplare del movimento fondato da Larionov, della compagna sua Natalia Gontcharova si può vedere il Paesaggio raggista (La foresta) (1913). Di Marc Chagall sono esposte diverse opere, ma fra tutte spicca il capolavoro della “serie” dedicata ai cimiteri ebraici: Le porte del cimitero (1917), dai violenti cromatismi verdi e blu, comunica la presenza del sacro con un movimento ascendente della composizione, facendo letteralmente librare le pietre tombali. Un’ampia sezione è dedicata al suprematismo – va almeno segnalato Proun 4 B (1919-20) di Lissitzky,
Si giunge così all’apice dell’allestimento, con una ricostruzione alta cinque metri e mezzo del Monumento alla III Internazionale (1919-20) di Vladimir Tatlin. Una dura e provocatoria dissonanza con l’ultima tela in mostra, le Operaie tessili (1927) di Alexandre Deineka: un grande olio su tela presentato eloquentemente alla IV Esposizione della Società moscovita degli Stakanovisti. Ovvero, il brusco e brutale ritorno al neo-classicismo, un “grande stile” realista falsamente eroico che rade al suolo le sperimentazioni proletarie di appena qualche anno prima.
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