Categorie: Arte antica

Catharina van Hemessen, un’artista cinquecentesca da riscoprire

di - 17 Gennaio 2026

Nel panorama artistico del Cinquecento europeo, quasi esclusivamente dominato da figure maschili, il nome di Catharina van Hemessen emerge con forza dalle cronache. Nonostante il suo riconoscimento in vita, il nome e le opere di van Hemessen sono cadute per lungo tempo più in secondo piano, anche rispetto a nomi di artiste che negli anni sono stati riportati alla ribalta (si pensi all’attenzione a Plautilla Bricci con opere letterarie e mostre a lei dedicate). Proprio per colmare questa lacuna, aprirà quest’anno ad Anversa la prima grande mostra a lei dedicata, dal 15 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027 presso Snijders&Rockox House, un museo di arte fiamminga del XVI e XVII secolo proprio nella città che ha dato i natali all’artista; un’esposizione che nel 2027, dal 4 marzo al 30 maggio, arriverà in forma più mirata alla National Gallery di Londra.

Un’artista al lavoro

La sua opera più significativa, esposta al Kunstmuseum di Basilea, è un dipinto relativamente poco conosciuto del 1548, anno in cui l’artista era appena ventenne. L’Autoritratto, che ha incredibilmente anticipato secoli di pratiche pittoriche, inaugura in un certo senso una nuova genealogia nell’arte occidentale: quella in cui l’artista si afferma come creatrice consapevole della propria immagine e del proprio sguardo. In seguito, altre figure femminili come Sofonisba Anguissola, Marietta Robusti e Lavinia Fontana – sempre nel corso del Cinquecento, a pochi anni di distanza – esploreranno varianti di autoritratti in studio: Catharina van Hemessen rimane la prima ad aver tradotto questa idea in pittura a olio.

Catharina van Hemessen, Ritratto di donna, 1551, Londra, National Gallery. Photo © The National Gallery, London

L’opera della van Hemessen, la principale delle tre versioni del dipinto pervenuteci, è anche la più antica rappresentazione a olio sopravvissuta di un artista (di qualsiasi genere) nell’atto di dipingere, raffigurato con i suoi strumenti di lavoro: pennelli, tavolozza, cavalletto e maulstick. Nella scena, la donna rivolge il proprio sguardo dritto allo spettatore e tiene il pennello in mano, mentre accenna appena le prime linee di un volto femminile sulla tavola, prefigurando probabilmente una figura intera; una lettura interpretativa suggerisce la presenza di un doppio autoritratto, nella composizione principale e in piccolo sul cavalletto. L’abito, infine, non è il classico vestiario da lavoro ma un elegante vestito in velluto.

Di particolare rilievo appare anche la presenza della firma, una scritta sullo sfondo che recita in latino «Catherina. de Hemessen. Pinxit. 1548». Ariane Mensger, curatrice di dipinti antichi al Kunstmuseum di Basilea, con un particolare interesse per le artiste, ha descritto l’opera come «un importante documento storico-artistico, sia per quanto riguarda l’immagine di sé delle pittrici, sia per quanto riguarda la pratica pittorica stessa».

L’autoritratto dell’artista arriverà sicuramente a Londra per la mostra curata da Christine Seidel, ma potrebbe non essere esposto ad Anversa. I curatori di Basilea, infatti, ritengono sia un’opera troppo importante per allontanarsi dal museo per un periodo così lungo, nonostante la Snijders&Rockox House si trovi a meno di cinque minuti a piedi dalla casa di famiglia dell’artista, e rappresenterebbe pertanto una sorta di ritorno simbolico a casa. In ogni caso, l’esposizione riunirà per la prima volta in quasi 500 anni la maggior parte delle opere sopravvissute di van Hemessen, includendo anche alcune opere del padre.

La storia di Catharina van Hemessen

Nata ad Anversa nel 1527 o 1528 all’interno di una famiglia di artisti, Catharina van Hemessen era la figlia di Jan Sanders van Hemessen, un pittore manierista di Anversa influenzato dall’arte rinascimentale italiana. La Snijders&Rockox House, che sta conducendo un’ampia ricerca d’archivio sulla famiglia, ha ipotizzato che anche i fratelli Hans, Gilles e Peter, figlio illegittimo di Jan Sanders potrebbero essere stati artisti, mentre altri membri della famiglia erano musicisti.

Contemporanea di Levina Teerlinc, che vive e opera nello stesso ambiente fiammingo, è la prima pittrice dei Paesi Bassi meridionali conosciuta la cui opera sia datata e firmata. Nel 1554 sposò Kerstiaen de Morijn, organista della Cattedrale di Anversa, e nel 1556 lei e il marito furono invitati a lavorare alla corte degli Asburgo in Spagna da Maria d’Ungheria, grande amante dell’arte

Il curatore di Anversa Maarten Bassens ritiene che van Hemessen abbia realizzato circa 16 ritratti e cinque o sei soggetti religiosi, mentre altre opere sono state oggetto di dibattiti attributivi. Lodovico Guicciardini, in La Descrittione di tutti i Paesi Bassi, del 1567, la ricorda come una delle «donne celebri nelle arti». Un anno dopo, Giorgio Vasari la descrisse invece come una «eccellente miniaturista» che aveva guadagnato «un buon stipendio» alla corte reale di Madrid.

La produzione dell’artista, per quanto relativamente contenuta in ciò che ci è pervenuto, rivela una personalità artistica ben definita, con ritratti di piccole dimensioni – spesso ritratti femminili e qualche soggetto religioso – capaci di un’intimità e di una precisione psicologica che la collocano tra i migliori esponenti della scuola fiamminga del suo tempo: una sensibilità spiccata, messa in evidenza da piccoli dettagli dell’abbigliamento, da espressioni e posture.

Catharina van Hemessen, Ritratto di uomo, 1527/8 – after 1566?, Londra, National Gallery. Photo © The National Gallery, London

L’eredità di un’artista

Riscoprire Catharina van Hemessen e, soprattutto, farla riscoprire al grande pubblico significa contribuire a ripensare alle narrazioni storiografiche che per troppo tempo hanno marginalizzato voci fondamentali per comprendere appieno la ricchezza e la complessità della pittura, in questo caso di quella cinquecentesca. Alle donne, nel Cinquecento, era preclusa la possibilità di accedere alle Accademie. Non potevano studiare modelli di nudo dal vivo e non era loro permesso di dedicarsi a soggetti che non fossero ritratti o generi considerati “minori”. Dovremmo chiederci perché appare così sconvolgente che questo autoritratto di van Hemessen sia uno dei pochi realizzati da artiste donne, e uno dei pochissimi firmati in maniera così visibile. L’impossibilità di studiare il nudo maschile – da soggetti vivi o meno – contribuiva in modo decisivo, insieme ad altri vincoli sociali e istituzionali, a rendere impensabile l’idea di affidare a un’artista donna un’importante commissione, come nel caso di una grande tela pubblica. La professione dell’artista non solo era difficilissima da praticare per una donna, impossibile senza la mediazione di una figura maschile della famiglia, padre, marito o il fratello che fosse, ma era anche esercitata riducendo di tantissimo il raggio d’azione percorribile.

Nelle sue Vite, parlando del genere femminile (nello specifico caso, dell’opera di Properzia de’ Rossi, una scultrice bolognese), Vasari scrive: «Né si son vergognate, quasi per torci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro, per conseguir il desiderio loro e riportarsene fama».

Non è stato pubblicato alcun libro su van Hemessen in inglese: le uniche due monografie, entrambe del 2004, sono quelle dell’autrice belga Karolien de Clippel e della scrittrice tedesca Marguerite Droz-Emmert. Negli ultimi anni si sta registrando un crescente interesse per le artiste del passato, tradotto in acquisizioni museali, negli andamenti del mercato dell’arte, nella ricerca e nelle mostre. I musei si stanno attivando per acquisire opere di artiste donne e la critica sta puntando un faro su di loro con un’attenzione particolare. Non ce ne voglia Vasari, pensando al vanto della superiorità, ma il percorso che sta puntando sempre una maggiore luce su queste figure era qualcosa di assolutamente necessario, anche se non potrà tornare indietro e modificare l’impianto di una società che – lungi dal giudicarla con i parametri contemporanei – ha imposto dei limiti enormi alle artiste. Accendere l’attenzione su chi, facendosi strada in un campo tutto al maschile, è comunque riuscito a farsi un nome, è l’unica strada per provare a rimettere in discussione una storia dell’arte pensata – per primo proprio da Vasari – tutta per gli artisti.

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