Qui e Ora Fondazione Peruzzo. Ph © Ugo Carmeni, 2025
A Padova, nell’antica cornice di Sant’Agnese, un edificio del XII secolo restituito alla città come spazio d’arte, prende forma una mostra intitolata Qui e Ora: due collezioni nello spirito del tempo, che fino al 12 aprile metterà a confronto due raccolte dalla sensibilità diversa ma affine: la Collezione AGIVERONA di Anna e Giorgio Fasol e la Collezione della Fondazione Alberto Peruzzo.
Entrando, ci si trova nella navata principale e si viene subito accolti dalle opere della Collezione AGIVERONA: le opere di Nari Ward, Giovanni Ozzola, Jacopo Mazzonelli, Vincenzo Castella, Serena Vestrucci, Ivan Moudov e Diango Hernández popolano lo spazio con presenze autonome che però risuonano con la storia dell’edificio. Qui il sacro si presenta come tensione interiore, il tempo come flusso non lineare, la percezione come scelta attiva: vedere diventa partecipare. Un segnale di Stop si accascia su una sedia; è l’opera Tired Stop di Diango Hernández, che chiede di fermarsi un attimo, una pausa riflessiva dove la vita scorre incessantemente e spesso ci dimentichiamo di rallentare. Lo schermo appena a fianco cattura l’attenzione: Performing Time di Ivan Moudov mette in questione la soggettività del tempo, trasformando la durata in scelta personale. Collocata dentro una chiesa sconsacrata, l’opera rinforza l’interrogativo su come significhi oggi vivere nel presente.
Passando nell’ex sacrestia, come in un viaggio nel tempo, la Collezione Peruzzo trasporta il visitatore nel Novecento. Artisti storicizzati della portata di Chagall, de Chirico, Nitsch, Jenkins, Kounellis, Indiana e Garutti segnano tappe di un itinerario che intreccia il passato col presente. Le opere, potenti e ruvide, lievi e commoventi, tendono un filo sottile che unisce i due mondi, passato e presente, svelando un’eredità del secolo scorso che amplia la riflessione sulla sacralità come esperienza condivisa. Un testo critico accompagna la mostra; a scriverlo è Marco Meneguzzo, critico d’arte e docente all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Tra le sue osservazioni troviamo: «La mostra offre molteplici punti di vista da cui considerare non soltanto la pratica artistica, ma anche quella collezionistica e il significato stesso di collocare l’opera in contesti storici e sacri come questo». L’allestimento sfrutta luce, silenzio e architettura per guidare il visitatore in una sosta contemplativa. Le opere non riempiono semplicemente lo spazio, lo abitano, invitando a rallentare e a sperimentare una forma di meditazione estetica, dove lo sguardo diventa pratica esistenziale. La Fondazione Alberto Peruzzo pubblicherà un Quaderno, un volume di approfondimento con testi critici dedicati alla mostra.
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