Alberto Selvestrel, Frammentazione e unità, courtesy ArtNoble gallery, ph: Michela Pedranti
“Frammentazione e unità” nasce in seguito ad un rapporto di collaborazione artistica coltivato negli anni tra il gallerista Matthew Noble e l’artista Alberto Selvestrel e si traduce con un duplice obiettivo: da un lato portare in scena un excursus dei lavori precedenti di Selvestrel e, dall’altro, proporre al pubblico una ricerca del tutto innovativa.
La sfida principale di questo progetto è stata riuscire a proporre una continuità tra la fotografia e l’arte contemporanea e, come afferma il gallerista: «Si tende spesso a considerare questi due mondi come divergenti, tanto che il nostro obiettivo è stato proprio quello di mettere in comunicazione la fotografia e l’arte e far conoscere Alberto come artista e non solo come fotografo. A mio parere, l’utilizzo della fotografia come medium nella sua pratica ci ha condotto verso il tentativo di creare una sinergia tra questi due linguaggi artistici per dimostrare i punti che hanno in comune».
Per questo, attraverso la lente del medium fotografico, Selvestrel vuole indagare il legame esistente tra il mondo naturale e quello antropico, soffermandosi sull’importanza che l’architettura ha come elemento di separazione e, allo stesso tempo, di unità. A tal proposito, l’artista analizza così il linguaggio architettonico e spiega: «L’architettura può essere considerata un luogo in cui l’essere umano si rifugia per cercare protezione, ma anche dove svolge gran parte delle funzioni della vita ormai. Essa diventa simbolo dello sviluppo del pensiero umano e rappresenta una sorta di linguaggio. L’architettura ci fornisce informazioni utili sulle esigenze umane legate alla protezione e alla comodità, ad esempio. Anche solo ragionando sulla forma minima dell’architettura si nota l’esigenza umana di porre un confine e una separazione fra se stesso e il mondo naturale oppure fra sé e i propri simili».
Il cuore di queste riflessioni è esplicitato nella serie fotografica Link, visibile nella parte iniziale della mostra, dove Selvestrel ha catturato in diversi scatti le molteplici implicazioni che gli elementi architettonici possono avere a livello visivo, rappresentando talvolta dei veri e propri confini. Iniziato attraverso la pratica della scomposizione, questo progetto restituisce una serie di immagini che abbracciano la pratica della semplificazione e della riduzione in minimi termini e mostrano spigoli di muri che dialogano con scorci di paesaggio principalmente marittimo. L’artista, così, esplora le diverse combinazioni esistenti tra natura e architettura, cercando di enfatizzare i punti di coesione.
L’opera Migrazione fa da trait d’union nel percorso espositivo e apre una riflessione sui meccanismi di funzionamento del mondo naturale a livello propriamente empirico, soffermandosi su come molto spesso la natura si orienta verso principi di coesione sia all’interno di una stessa specie – in questo caso lo scatto ritrae il volo sincrono di uno stormo di uccelli – sia nell’interdipendenza tra forme viventi differenti. La migrazione in chiave simbolica apre così la seconda parte della mostra che, invece, si concentra sullo studio della grotta marina come luogo in cui i diversi elementi naturali – luce e acqua – instaurano un dialogo fatto di scambi e connessioni e dove l’evoluzione, seppur lenta, crea continue stratificazioni apparentemente invisibili all’occhio umano. La volontà qui è quella di superare la bidimensionalità dello scatto fotografico attraverso un display immersivo che sia in grado di restituire l’idea di trovarsi proprio all’interno di un ambiente naturale particolare. Qui Selvestrel si confronta con il pensiero filosofico metafisico, portando in scena un discorso che «abbraccia sia la visione orientale che occidentale in un’alternanza fatta di collegamenti e interrelazioni e non di differenze o gerarchie», dice Selvestrel.
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