Álvaro Urbano, Prelude, veduta della mostra, Marian Goodman Gallery, New York, 2025, ph. Francesca Magnani
In autunno, la Marian Goodman Gallery ha trasferito la sua sede principale dalla location storica sulla West 57th Street al 385 Broadway, tra White Street e Walker Street, a Tribeca. Rimasto vuoto per anni, l’edificio è stato trasformato dallo Studio MDA e reinserito nel tessuto culturale del quartiere. La galleria dispone di due piani di spazi espositivi luminosi, sale al primo, secondo e terzo piano, una biblioteca e un archivio, un deposito per le opere d’arte e uffici amministrativi.
Il Grosvenor Building, progettato nel 1875 da Charles Wright, con una superficie di 35mila piedi quadrati, è stato utilizzato come magazzino industriale per oltre un secolo. L’edificio era originariamente costituito da due strutture speculari unite da una caratteristica cornice, che dava l’impressione di un unico edificio. La facciata in ghisa al livello della strada, tipica degli edifici di Soho, è stata restaurata e rinnovata con una nuova vetrina con grandi porte d’ingresso e finestre che garantiscono luminosità e animano la strada con la possibilità di intravedere le mostre all’interno. Il primo piano ospita una prima grande sala, mentre uno spazio espositivo secondario al secondo piano sfrutta il design senza colonne caratteristico di Tribeca.
Ed è proprio qui su che è arrivato Álvaro Urbano, la cui sculture ci avevano tanto colpito a Berlino (ne abbiamo parlato qui). Prendendo spunto da teatro, architettura e cinema, Álvaro Urbano trasforma gli spazi in ambienti immersivi che evocano una dimensione onirica, e quindi spazi in cui realtà e finzione si fondono. Gesti scenici e narrazioni ricostruite vengono utilizzati per evocare luoghi perduti ed eterotopici, ribaltando gli archetipi e scardinando gli oggetti dalla loro funzione originale, li rende aperti all’interpretazione.
Per Prelude, mostra visitabile fino al 22 agosto 2025, Urbano rivisita The Ramble, un’area cespugliosa di Central Park, la cui distinzione pubblica prende in prestito un’eredità del design paesaggistico del XIX secolo, celebrato nel linguaggio dell’epoca per la sua oscurità e senso di mistero. Il progetto di Frederick Law Olmsted prevedeva sentieri tortuosi e labirintici in tutte le direzioni. In questo paesaggio, nel 1980 furono collocate delle luci progettate da Kent Bloomer, gli apparecchi di illuminazione furono fissati ai lampioni che Henry Bacon aveva progettato per il parco nel 1910, apparentemente per «Ridurre gli atti di vandalismo e migliorare la sicurezza». Quest’ultima dicitura, che fungeva da codice per regolamentare l’uso del paesaggio – o ridurre l’uso storico del sito per incontri spontanei e anonimi da parte della comunità gay – fornisce un livello ulteriore di significato a questa mise en scène.
Come scrive Jonathan Safdie interpretando la mostra, portando tracce di questo Eden delimitato dall’asfalto, Urbano ci offre una simulazione chimerica. I lampioni sono estratti dal loro contesto originale per Prelude, liberati dal loro ruolo di vigile sorveglianza. Si accendono e spengono velocemente come in una conversazione segreta tra loro. Lo spettatore diventa testimone di questo incontro intimo, come se i due lampioni avessero trovato il tempo di stare soli, svelando i loro mondi interiori, confrontando punti di vista. Il paesaggio, le panchine e i passanti del parco sono scomparsi; rimane solo un ramo isolato, che cresce dal muro. Il corniolo in fiore e le gocce sulle finestre indicano una pausa, una cessazione del regolare scorrere del tempo, una primavera immobile e permanente. Forse questa conversazione dura per sempre, e il tempo si ferma per farla durare.
Urbano conferisce a un sito storico un’illusione, creando una situazione misteriosa in cui gli oggetti hanno agenzia. I lampioni sembrano imitare il comportamento degli amanti, emettendo segnali e gesti segreti che vengono dispiegati nel paesaggio e arrivano solo a coloro che sanno vedere.
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