Biennale Arte 2026, le presenze italiane al Padiglione Tanzania

di - 5 Maggio 2026

A pochissimi giorni dall’apertura al pubblico della 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, i padiglioni nazionali disseminati in città definiscono traiettorie e posizionamenti. Tra questi, la partecipazione della Repubblica Unita di Tanzania si distingue per un progetto curatoriale che sceglie di sottrarsi alle retoriche più assertive della rappresentazione nazionale, orientandosi verso una dimensione più raccolta e processuale.

Intitolato Minor Frequencies: The Inner Life Of A Nation, il padiglione – promosso dal Ministero dell’Informazione, della Cultura, delle Arti e dello Sport e curato da Lorna Benedict Mashiba e Martina Cavallarin – si sviluppa negli spazi della Gervasuti Foundation, tra Supernova e Palazzo Canova, fino al 22 novembre 2026. Il progetto prende forma come un dispositivo polifonico che invita a «spostare lo sguardo», privilegiando ciò che resta in secondo piano: frequenze minori, appunto, che si manifestano come tracce intime, memorie stratificate, tensioni silenziose.

All’interno di tale impianto, la presenza di artisti provenienti da contesti geografici differenti – Africa, Asia ed Europa – non si configura come semplice apertura internazionale, ma come elemento strutturale di un sistema relazionale che ambisce a ridefinire le modalità stesse della rappresentazione. Il nucleo tanzaniano – con le ricerche di Amani Abeid, Valerie Asiimwe Amani, Turakella Editha Gyindo e Lazaro Samuel – agisce da “diapason” concettuale, mentre gli altri artisti amplificano e articolano le risonanze del progetto.

In questo quadro si inserisce la partecipazione di Ciro Palumbo e Sasha Vinci, tra gli autori italiani insieme a una selezione di artisti internazionali al progetto. La loro presenza, sostenuta da Artesicura – realtà impegnata nella tutela, valorizzazione e gestione del patrimonio artistico privato e nel supporto ai percorsi dell’arte contemporanea in ambiti istituzionali internazionali -, introduce due linee di ricerca che, pur distanti per linguaggio e metodo, trovano un punto di contatto nella riflessione sulle geografie interiori e sui dispositivi della memoria.

Nel caso di Ciro Palumbo, la pittura si struttura come uno spazio di sospensione, in cui l’eredità della metafisica italiana – da Giorgio de Chirico ad Alberto Savinio – viene rielaborata in chiave narrativa. Le sue architetture mentali, abitate da simboli e presenze enigmatiche, attivano una temporalità ambigua, in cui il passato non è mai del tutto concluso e il presente si apre a una dimensione mitica. In relazione al tema del padiglione, il lavoro di Palumbo sembra operare proprio su quella soglia sottile tra visibile e invisibile, tra costruzione e dissolvenza dell’immagine.

Sasha VInci, Padiglione Tanzania, Biennale Arte 2026

Diversa ma complementare la traiettoria di Sasha Vinci, la cui pratica interdisciplinare si articola tra performance, installazione, suono e scrittura. Al centro della sua ricerca si colloca il concetto di multinaturalismo, inteso come possibilità di ridefinire le relazioni tra umano e non umano, individuo e comunità, ambiente e immaginazione politica. I suoi progetti – spesso configurati come “performance culturali” – tendono a costruire situazioni partecipative, in cui l’opera si manifesta come processo condiviso più che come oggetto concluso. In questo senso, il contributo di Vinci appare in sintonia con l’impostazione curatoriale del padiglione, che privilegia l’ascolto, l’opacità e la dimensione relazionale.

In un’edizione della Biennale che si annuncia particolarmente significativa per le dinamiche geopolitiche globali e per i dispositivi di narrazione culturale, il padiglione della Tanzania si colloca così in una posizione laterale ma non marginale: un osservatorio che, evitando i toni dichiarativi, prova a restituire la complessità di una “vita interiore” fatta di stratificazioni, attraversamenti e frequenze difficili da isolare ma proprio per questo capaci di incidere in profondità.

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