Bruno Di Bello, un’antologia in mostra alla fiera di Bergamo

di e - 13 Gennaio 2024

«Sono nato a San Giorgio a Cremano come Massimo Troisi» mi disse Bruno di Bello quando sul finire degli anni ’90, in occasione di un’edizione di MiArt, Gianni Bertini me lo presentò. Conoscevo le sue opere in bianco e nero, che vedevo sui libri di Storia dell’Arte all’Università, quando si parlava del gruppo della Mec Art di Pierre Restany. Quel pomeriggio parlò dei suoi rapporti con Lucio Amelio a Napoli negli anni ’60, del viaggio che fece con lui a New York alla factory di Andy Wharol e dei suoi primi anni milanesi che culminarono con il sodalizio artistico con Giorgio Marconi. Quando si dice la storia dell’arte vissuta in prima linea – racconta Cristiano Calori, Direttore della Galleria Elleni.

Bruno Di Bello, Antologia. Installation view, Bergamo. Courtesy Galleria Elleni

Le opere di Bruno Di Bello (1938-2019) hanno rappresentato e rappresentano un contributo esemplare al discorso critico in atto fin dalla fine degli anni ’50 e inerente le ridefinizioni essenziali e gli ampliamento dei principi costitutivi dell’arte. La riflessione analitica – di cui Marcel Duchamp ne fu pioniere – diventava allora sempre più fondamentale nella pratica artistica, facendo vacillare il primato della pittura che ancora si nutriva di idee romantiche. È infatti tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 che, dopo la rinuncia al naturalismo e alla mimesi, alla prospettiva, al passato, alla realtà e alla forma, l’arte si afferma rifiutando l’identificazione del lavoro dell’artista con il prodotto finito, per riconoscere l’essenza nelle idee, nelle indagini, nelle definizioni che precedono e determinano un’opera, negli accadimenti.

Duchamp fu una figura di riferimento per Di Bello, ma non l’unica. Di Bello infatti non negò del tutto il quadro come mezzo espressivo, mantenendo l’immagine bidimensionale come mezzo di comunicazione e interpretando le sue idee attraverso una concezione nuova e radicale delle modalità formali e strutturali del linguaggio visivo. In tal senso furono importanti per lui i fotomontaggi dei costruttivisti russi e tedeschi, da El Lissitzky e Alexander Rodcenko a Nazlo Moholy-Nagy. Era però Paul Klee l’artista a cui Di Bello si sentiva più vicino, colpito dalle sue tecniche di composizione e dalla spinta alla continua sperimentazione.

Bruno Di Bello

La sperimentazione storicizzante che animò Di Bello nell’intero arco della sua carriera lo portò a confrontarsi, anche ricercandone una sintesi, con tutte le nuove tendenze e avanguardie nascenti: Op Art, Minimalismo, Conceptual Art, Realismo Critico, Nouveau Realism, Pop Art. Nel 1967 si trasferì a Milano, dove strinse rapporti con Aldo Tagliaferro – dal quale viene a conoscenza della Mec-Art – ed entrò in contatto con Gianni Bertini, con cui condivideva la conoscenza e la sperimentazione della tela fotosensibile (che, finì per diventare un marchio di fabbrica dei mec-artisti e che anche Mimmo Rotella utilizzava).

Di Bello, negli anni ’60, per mezzo di uno stencil dipingeva una lettera che applicava ripetutamente sulla tela accostandola o sovrapponendola in un ordine relativamente libero e utilizzando una sola o più lettere per opera. La lettera era assunta come ready-made e assicurava, in quanto fattore neutro, l’oggettività dell’opera, che non conteneva più alcun residuo di mimesis ma era determinata esclusivamente dai principi di ordine, sequenza e regolarità. Non si tratta, dunque, di una composizione costruita secondo le regole del quadro e pur impiegando i segni della scrittura non trasmettono nulla di semantico – presentando chiare affinità con con le teorie dello strutturalismo e dei suoi metodi (che applicati si definiscono in termini di arte concreta e poesia concreta).

Bruno Di Bello, Antologia. Installation view, Bergamo. Courtesy Galleria Elleni

Queste sequenze di lettere di Di Bello erano esempi di una crescente concretizzazione, anche se agivano ancora sottili effetti grafici. Fu negli anni ’70 che Di Bello si liberò dal vincolo della figurazione per rivolgersi soprattutto alla scrittura e alle composizioni di parole, tornerà sui soggetti personali solo sporadicamente, come per esempio nel 1976 quando modifica fotografie famose di Man Ray. A cavallo degli anni ’80 Di Bello sperimentò anche la pittura di luce ma quando la figurazione visse una nuova fioritura, si ritirò dalla scena, non arrestandosi ma prendendosi una pausa, creativa, prima di un nuovo inizio, negli anni 2000. Di Bello diede seguito agli interessi che l’avevano accompagnato fin dai suoi esordi: la matematica, lo strutturalismo e la cibernetica, che inevitabilmente lo portano a confrontarsi con il computer e la geometria frattale.

Bruno Di Bello, Antologia. Installation view, Bergamo. Courtesy Galleria Elleni

Cristiano (Calori, Direttore della Galleria Elleni), come si colloca oggi, rispetto alla contemporaneità, l’opera di Di Bello? «Trovo il lavoro di Bruno Di Bello assolutamente contemporaneo e quanto mai attuale. Lo spirito del tempo fa percepire solo agli artisti più colti e attenti i temi più urgenti della contemporaneità. All’inizio negli anni Sessanta, Bruno comprese che l’immagine meccanica e dunque la tecnologia sarebbero entrati nella quotidianità e (di conseguenza) nell’arte, che anticipa di solito quanto avviene nella società. Il pensiero di Walter Benjamin – L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, edito nel 1936 e tradotto in Italia nel 1966 – cominciava a germogliare. Se pensiamo al bombardamento d’immagini a cui siamo sottoposti quotidianamente attraverso i vari social network – Facebook, Instagram, Youtube, Whatsapp, Messanger – è facile comprendere la visionarietà del lavoro di Bruno Di Bello che si è sempre interessato alle possibili applicazioni della tecnologia nell’arte. Addirittura il suo ultimo lavoro con la geometria dei frattali non rimanda forse al tema dell’intelligenza artificiale?»

Bruno Di Bello, Negativo grande 2, 2008. Inkjet su tela, 175×145 cm. Courtesy Galleria Elleni, Bergamo

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