Cantadora apre a Roma con Taring Padi: arte e resistenza, nel tempo del conflitto

di - 25 Settembre 2025

Il primo ottobre 2025 inaugurerà a Roma Cantadora, nuova galleria fondata da Enrico Palmieri e Flavia Prestininzi, uno spazio che si propone come luogo di resistenza culturale e di ascolto delle urgenze del presente. Situata in Piazza Galeria 7, in una corte circondata da botteghe dismesse, studi condivisi e tracce di archeologia industriale, la galleria prende il nome da una figura leggendaria, la cantadora, la cantastorie che raccoglie e tramanda narrazioni collettive. È questa la vocazione dichiarata: ospitare voci eterogenee, processi e storie che si intrecciano con il tessuto sociale e politico della contemporaneità.

Per aprire il proprio percorso, Cantadora ha scelto di affidarsi a Taring Padi, collettivo indonesiano nato a Yogyakarta nel 1998 da un gruppo di studenti in risposta alla caduta del regime di Suharto e ai profondi sconvolgimenti dell’epoca della Riforma. La loro pratica unisce xilografie, striscioni monumentali, musica, carnevali, pupazzi di cartone e performance partecipative, sempre con un forte legame con le comunità marginalizzate. Nel 2022, avevano presentato alla contestatissima documenta 15 di Kassel Bara Solidaritas / Flame of Solidarity, opera composta da oltre mille marionette di cartone, create insieme a comunità provenienti da tutto il mondo.

Taring Padi, Installation view at documenta 15

Ma all’importante manifestazione, aveva creato una più di un’accesa discussione l’opera People’s Justice, accusata di antisemitismo per alcune immagini considerate offensive: soldati del Mossad con la Stella di David, figure con simboli delle SS. Esposta a Friedrichsplatz, fu rapidamente ricoperta e poi rimossa, scatenando una polemica che approdò perfino al Bundestag tedesco e che avrebbe poi portato a un vero e proprio sconvolgimento nella struttura organizzativa di documenta.

Taring Padi, Installation view at documenta 15

Che Taring Padi arrivi oggi a Roma, in un momento di enorme tensione internazionale segnato dalla guerra condotta dall’esercito israeliano in Palestina e dai massacri a Gaza, assume un significato preciso: l’arte come campo di conflitto ma anche come strumento per ripensare solidarietà e forme di resistenza. Per l’apertura della galleria Cantadora, il collettivo presenterà la mostra Organise, Educate and Agitate!, esito di una residenza di un mese. Tra le opere, un nuovo striscione realizzato insieme alla comunità sikh originaria del Punjab, che lavora nelle campagne laziali ed è spesso vittima di sfruttamento da parte delle agromafie.

Cantadora, Ph Martin Emanuel Palma

Accanto alle opere collettive, la mostra include lavori individuali provenienti dagli archivi dei membri di Taring Padi: Fitriani Dwi Kurniasih, Dudi Irwandi, Mohamad Yusuf, Hestu Nugroho, Dhomas Yoedistiro Sugianto e Sri Maryanto. Durante l’inaugurazione sarà inoltre attivato il Wayang Beber, performance narrativa ispirata al teatro delle ombre giavanese, presentata come linoleografie su tessuto e accompagnata dalla voce di un dalang in lingua indonesiana, tradotta in italiano per il pubblico.

«Per noi che abbiamo costituito Cantadora sarà una sfida entusiasmante riuscire a restare fedeli alle premesse di cura immaginate in questa fase iniziale. Il nostro impegno sarà rivolto a rendere possibile l’esistenza di opere che si fanno racconto e affinché questo racconto, senza censura né limiti, possa essere uno strumento pubblico di resistenza», affermano i fondatori della galleria, raccontando di un progetto che nasce dall’incontro tra l’esperienza curatoriale di Prestininzi, attenta ai rapporti tra arte, ecologia e politica, e quella di Palmieri, maturata nel mondo delle gallerie e del mercato.

Cantadora, Enrico Palmieri e Flavia Prestininzi, Ph Martin Emanuel Palma

Cantadora si propone dunque come uno spazio aperto a pratiche consapevoli e processi collettivi, un laboratorio che dal cuore di Roma si collega alle tensioni globali. Una galleria che non inizia con il mercato e il collezionismo intesi in senso tradizionale ma con un racconto corale che dall’Indonesia arriva alle periferie laziali, invitando a rivedere le relazioni tra arte, società e conflitto, per scoprirne gli intrecci a volte insospettabili.

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