Carla Accardi – Litografia Bulla

di - 19 Novembre 2021

Protagonista l’invitante vetrina su strada della storica litografia Bulla, prosegue la rassegna “Passaggi”, originale iniziativa ideata e curata da Romolo, Rosalba, Flaminia e Beatrice Bulla, avviata circa un anno fa e dedicata a quegli artisti che hanno collaborato o che tuttora collaborano con il rinomato studio litografico. Il “pezzo forte” della mostra – questa la peculiarità del progetto- è visibile nella finestra su strada che si affaccia da uno dei locali della stamperia, quasi a suggellare un simbolico abbraccio tra l’arte la vita, atavica e insoluta dicotomia estetico-esistenziale. Siamo ormai giunti al quinto appuntamento: dopo Enzo Cucchi, Guglielmo Maggini e Delfina Scarpa, Giacinto Cerone, Gianni Politi, è la volta di Carla Accardi (Trapani, 1924 – Roma, 2014) – che è stata assidua frequentatrice della stamperia fin dagli anni ’60 – di cui ammiriamo un multiplo inedito del 2003 che abbina alla stampa litografica a due colori, alcune applicazioni ceramiche, grazie alla collaborazione della manifattura Gatti, prestigiosa bottega d’arte ceramica faentina. «Cerchiamo di presentare artisti contemporanei con i quali lavoriamo ad opere grafiche ed a contaminazioni sperimentali pensate appositamente per le nostre esposizioni e delle quali siamo editori – spiega Flaminia Bulla – ed anche materiale d’archivio, come in questo caso, proprio a rimarcare lo stretto contatto che cerchiamo di stringere sempre più fra quello è che contemporaneo e la tradizione, la storia».

Carla Accardi, Multiplo, 2003, Litografia e Ceramica

Ci avviciniamo alla vetrina, riconosciamo Carla Accardi nei segni dal sapore arcaico, numerosi, dinamici, mercuriali, misterioso alfabeto di una lingua di cui si sia persa la memoria; e nel fraseggio dei colori, tra i più ricorrenti nella sua produzione: il rosso, il rosa, il beige. All’interno, intercalate ai pezzi della collezione Bulla che raccontano la storia della stamperia – una storia iniziata in Francia nel 1818 e proseguita a Roma a partire dal 1840- uno sparuto numero di opere dell’artista sicula a testimoniarne la versatilità e la vena sperimentale: un paio di ceramiche, qualche dipinto tra cui un acrilico e una tempera, due multipli (uno in cartoncino canson, l’altro in plastica montata su cartoncino canson). Ci piace cogliere quest’occasione per lumeggiare un istruttivo frammento di storia. Nel 1947 Accardi, Dorazio, Sanfilippo, Consagra, Attardi, Perilli, Guerrini e Turcato dettero vita al Gruppo Forma 1 con tanto di entusiastico manifesto programmatico. «Noi ci proclamiamo formalisti e marxisti» esclamavano. E ancora: «In arte esiste soltanto la realtà tradizionale e inventiva della forma pura». Senonché l’anno successivo, in occasione della “Prima Mostra Nazionale d’Arte Contemporanea” a Bologna, uscì sul settimanale Rinascita (novembre 1948), a firma di Roderigo, nom de plume di Palmiro Togliatti direttore della rivista oltre che fondatore e Segretario del PCI – il partito a cui i membri del gruppo erano vicini – una pesante stroncatura dell’arte astratta. Nella breve recensione si leggono frasi del tipo «È una raccolta di cose mostruose» (si noti la consonanza con “l’arte degenerata” di hitleriana memoria)… «come si fa a chiamar arte e persino arte nuova questa roba»…«esposizione di orrori e scemenze» e via dicendo. Sta di fatto che il gruppo entrò in crisi e nel ’51 si sciolse. Vi fu chi abbandono l’arte definitivamente, chi si convertì al figurativo. Carla Accardi fu tra coloro che non si lasciarono intimidire dal richiamo all’ordine.

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