Ai Weiwei, Caduta di un'urna della dinastia Han, 1995
Dissidente per diritto di nascita, agitatore per vocazione e influencer globale prima ancora che il termine diventasse un mestiere, Ai Weiwei ha trasformato la sua stessa vita in una performance politica. Il 29 aprile l’artista cinese approda al MAXXI L’Aquila con la grande mostra Aftershock, a cura di Tim Marlow.
L’esposizione si propone di ripercorrere cinque decenni di carriera di Weiwei, partendo dalle opere realizzate a New York negli anni ’80 per arrivare alle nuove sculture create in Ucraina nel 2025. Al centro della mostra si collocherà un nucleo di lavori ispirati al terremoto del Sichuan del 2008, che arricchiscono di ulteriori significati quando presentati negli spazi barocchi di Palazzo Ardinghelli, edificio simbolo di rinascita dopo il sisma che ha colpito L’Aquila nel 2009.
La mostra indagherà perciò l’impatto duraturo di catastrofi naturali, conflitti, corruzione e tragedie collettive, ponendo però sempre l’accento sulla resilienza umana e sul potere dell’atto creativo come forma di testimonianza e trasformazione. Nell’attesa di Afterschock, ecco cinque punti cardine per decodificare l’universo di Ai Weiwei.
Il dissenso, per Ai Weiwei, è un’eredità biologica: suo padre è infatti il poeta Ai Qing, una delle voci più importanti della Cina, denunciato durante il Movimento della Rivoluzione Culturale. Quando Weiwei ha solo un anno, la famiglia viene deportata nel campo di lavoro di Beidahuang, per poi finire in esilio a Shihezi, nello Xinjiang, dove rimane per sedici anni.
È un’esperienza che segna l’artista in modo indelebile: il suo ritorno a Pechino nel 1976, alla fine della Rivoluzione Culturale, non cancella il trauma, ma lo trasforma nel motore immobile della sua resistenza. Lui stesso racconta: «Il vortice che ha inghiottito mio padre ha stravolto anche la mia vita, lasciando su di me un marchio che porto ancora oggi».
Se oggi Ai Weiwei manipola reperti millenari con nonchalance, lo deve agli anni passati nell’East Village di New York tra il 1981 e il 1993. Qui scopre il ready-made di Duchamp e capisce che l’oggetto, se decontestualizzato, diventa un’arma.
Nella sua celebre performance del 1995, si fa fotografare mentre lascia cadere a terra un’urna della dinastia Han, frantumandola. Si tratta di una denuncia contro la Cina maoista che, per decenni, ha distrutto il proprio patrimonio culturale e artistico per fare spazio a un’omologazione violenta e al consumo di massa.
Una delle sue immagini più potenti rimane la Turbine Hall della Tate Modern ricoperta da 100 milioni di semi di girasole in porcellana. Ognuno di questi era stato realizzato e dipinto a mano dagli artigiani di Jingdezhen, la capitale storica della porcellana.
Un’opera titanica, dunque, a simboleggiare la forza del singolo all’interno della massa: ogni seme è un unicum, eppure, perso in un oceano grigio apparentemente indistinguibile, diventa metafora perfetta della Cina — e della globalizzazione — contemporanea, dove la produzione su larga scala nasconde, sotto il numero, il gesto artigianale e il valore sacro di ogni singolo individuo.
Nel 2011 Ai Weiwei sparisce nel nulla, prelevato dalla polizia all’aeroporto di Pechino. Rimane in detenzione segreta per 81 giorni, sorvegliato 24 ore su 24 da due guardie che non possono nemmeno rivolgergli la parola.
Per Ai Weiwei, quest’esperienza altamente traumatica si trasforma in archivio mentale: una volta libero, ricostruisce quella cella in scala reale nei minimi dettagli. L’opera che ne deriva, S.A.C.R.E.D., costringe lo spettatore a guardare dal buco della serratura l’intimità violata di un uomo che, anche privato della libertà, resta più ingombrante dei suoi carcerieri.
I lavori in mattoncini LEGO di AI Weiwei sono ormai diventati tra le icone più riconosciute internazionalmente della sua pratica artistica. Ma qual è il significato che si nasconde dietro questi mattoncini colorati? Per Weiwei sono “pixel fisici”, facili da assemblare e impossibili da censurare singolarmente.
Quando l’azienda si rifiuta di vendergli i mattoncini per una mostra sui dissidenti, temendo ritorsioni economiche da Pechino, i fan di tutto il mondo iniziano a spedirgli scatoloni di pezzi usati.
Con quei mattoncini colorati, Weiwei realizza enormi tappeti e ritratti di prigionieri politici e attivisti: un’arte che sembra un gioco ma che parla di diritti umani, usando un linguaggio democratico e universale che chiunque può ricostruire.
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