Me l'ha detto un uccellino - Inchiostro e matita
Fino al 28 marzo prossimo è in corso nelle sale della Galleria Patricia Armocida di Milano la nuova mostra personale di Salvatore Garzillo, dal titolo Cartografie umane – appunti di un cronista. In questa occasione, sono esposti circa 50 disegni a inchiostro e tecnica mista su carta di piccole e medie dimensioni.
Salvatore Garzillo, che firma il proprio lavoro con lo pseudonimo di Salgar, ha sempre due penne in tasca e disegna ovunque, scontrini compresi. I disegni migliori sono nel quaderno che porta con sé in commissariati, scene del crimine, aule di tribunale, sopra le pagine fitte di appunti dei casi di cronaca che segue quotidianamente.
A margine della mostra abbiamo intervistato Salvatore Garzillo, giornalista di cronaca nera per l’ANSA.
Salvatore, tu hai trascorso notti insonni, consumando le suole delle tue scarpe tra i riverberi blu delle volanti e l’asfalto ancora tiepido di sangue della periferia milanese. Dimmi, in quel bailamme di sirene e dolore, quando hai avvertito per la prima volta l’esigenza di non limitarsi a riferire, ma di… ritrarre l’orrore?
«Posso dirti il giorno preciso in cui il disegno ha trasformato la mia vita, concedimi una piccola premessa. Disegnavo da bambino ma poi, come quasi tutti, crescendo ho dimenticato questa lingua. A Napoli seguivo la cronaca ma usavo la penna solo per scrivere. Nel 2010 mi sono trasferito a Milano e ho iniziato per Ansa a fare “il giro di nera”, l’appuntamento quotidiano dei cronisti tra questura e carabinieri per raccogliere notizie, parlare con le fonti.
Un giorno ho assistito a una scena tragicomica negli uffici della questura dove un poliziotto ci stava raccontando una storia drammatica in modo teatrale. Il tono era informale e senza fretta, così ho disegnato – molto male – quella scenetta sul mio taccuino. È stato naturale e soprattutto non didascalico. Ecco, quel giorno ho scoperto di poter disegnare non solo quello che vedevo ma i miei pensieri. E quindi sul foglio una sedia può essere una persona che ti manca, un violentatore seriale può diventare un rospo gibboso, un dolore può avere la forma di uno straccio appeso a un filo. Da allora ho capito di poter raccontare gli orrori che seguo da giornalista usando lo strumento del disegno che – se è onesto – arriva sotto la pelle senza spaventarti. È un po’ subdolo.
Simbolicamente ho due penne: una per scrivere e una per disegnare. C’è una esigenza di documentazione e un’esigenza terapeutica per decomprimere le storie nere. Disegnare è diventata una necessità e una dipendenza, è come fumare una sigaretta ma respiri meglio. Ah, non fumo né bevo caffè, sono la vergogna dei cronisti».
Tu maneggi con la stessa audacia il taccuino, per fermare una verità spesso inconfessabile, e il pennarello, per dare un volto a quell’umanità dolente che popola le tue storie. Non temi che la tua anima di artista possa, in qualche modo, “inquinare” l’oggettività asettica del cronista?
«Come cronista devo raccontarti quello che vedo, come artista posso raccontarti quello che provo. Sono due ruoli diversi che rispettano regole di ingaggio precise: non invadere lo spazio dell’altro. Da giornalista seguo rigorosamente i principi della deontologia (e quelli del buonsenso). Lo devo innanzitutto al lettore e ai protagonisti delle storie drammatiche che seguo. Col disegno invece ho l’obbligo di esplorare, di pensare a vie alternative, di spostarmi dal mio alfabeto. Questo lo devo a me».
Nelle tue opere, c’è un’essenzialità che definirei… quasi scarnificata. Tu togli il superfluo per arrivare al midollo del dramma. È un tentativo di dare un ordine, un perimetro razionale, a quel caos ribollente di passioni e di colpe che è il crimine?
«Se i miei disegni dicono qualcosa è perché ho ascoltato moltissimo. Una volta un amico della Squadra Omicidi di Milano mi ha insegnato “la regola del tre”. Lui la applica alla scena del crimine quando fa i rilievi per un omicidio ma vale in qualunque contesto. Uno: osserva quello che manca, ma che per buonsenso ci dovrebbe essere. Due: osserva quello che invece c’è, ma non dovrebbe esserci. Tre: osserva quello che c’è, e ci dovrebbe essere, ma che è fuori posto.
È un esercizio che puoi fare anche parlando con una persona. Il disegno, inteso come penna che traccia un segno sul foglio, è l’ultima parte di questo ragionamento».
Tu guardi negli occhi l’umanità che ha smarrito la retta via, assassini della porta accanto, anime deragliate. Quando li disegni stai cercando di catturare la loro ombra o stai, forse, cercando di scorgere in loro quel barlume di luce che il processo verbale inevitabilmente ignora?
«Chi commette un reato, trascurabile o irrimediabile, è come me e come te. Almeno finché non ha deciso di passare dal marciapiede al sole a quello in ombra. A volte, non sempre ma capita, si è costretti a farlo. A me interessa molto il momento in cui le persone attraversano la strada e il modo in cui ricostruiscono la loro identità. È facile entrare in una categoria – i cattivi, le vittime – ma come si vive all’interno di quel recinto?».
Il tuo archivio non è fatto solo di faldoni, ma di volti. Mi spieghi, con quella tua consueta e vibrante lucidità: qual è il volto che ancora oggi, nel silenzio del tuo studio, reclama con più insistenza di essere disegnato, quasi a voler gridare un’innocenza o, più verosimilmente, un tormento che non trova pace?
«Anni fa sono stato in un ospedale psichiatrico giudiziario (opg), oggi si chiamano residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (rems). Ho conosciuto una ragazza di 25 anni (io ero poco più grande di lei) che aveva ucciso la nonna dandole fuoco dopo un litigio. Mi disse: «Guarda, io lo so di averla uccisa, c’è un video di me che lo faccio, quindi so di essere stata io. Però io non me lo ricordo». Se mi parli di tormento mi viene in mente la sua espressione distrutta per aver cancellato quel momento. Non sono riuscito a disegnarla, non ci riesco neppure oggi che sono migliorato graficamente. Però penso spesso a lei perché il disegno è la scatola nera dei miei anni».
Nelle tue storie, come nei tuoi disegni, c’è sempre qualcosa di… particolare. Un’ombra, un mozzicone di sigaretta, un’espressione storta. È vero che per capire un assassino, un criminale, o una vittima, bisogna guardare dove nessuno guarda?
«Non puoi capire un assassino, un criminale o una vittima a meno che tu non lo sia. Però si può ascoltare e osservare con attenzione, cosa che spesso rinunciamo a fare perché abbiamo una convinzione preconfezionata a cui siamo affezionati. Buttarla via per accogliere una versione diversa significa mettere in discussione noi stessi e c’è una parte di noi che dice “ma tu sì pazz?!”. E allora l’assassino è per sempre cattivo, il criminale è per sempre meschino e la vittima è per sempre sconfitta. Che noia se fosse sempre così. Poiché la vita non è noiosa, ti assicuro che non è sempre così».
Tu hai mappato Milano attraverso il sangue. Ma poi ha iniziato a mappare le facce. Facce stanche, facce feroci, facce che sembrano maschere. Quando disegni un criminale, stai cercando di catturare il mostro o stai cercando di capire quanto quel mostro ci somigli? Perché non è forse questo che fa paura, che possiamo essere tutti a un passo dal buio?
«I mostri non esistono. Esistono esseri umani cattivi, malati, perversi, sbadati. Ma sono esseri umani. Chiamarli mostri, abitudine giornalistica veramente dannosa, è una stupida semplificazione che ci priva della possibilità di capire. Se ti descrivo quel violentatore o assassino come un mostro, come qualcosa che non ti somiglia nelle fattezze, ti spingo a odiarlo ma non a indagarlo. Se invece ti racconto il suo percorso di essere umano e la sua trasformazione, forse sono in grado di darti qualche strumento per capire se attorno a te ci sono possibili minacce. Detto ciò, dopo quasi vent’anni tra cronaca e reportage anche su fronti di guerra, posso affermare senza timore di smentita che chiunque – ripeto, chiunque – con le giuste condizioni è in grado di fare le cose migliori e peggiori. Chiunque».
Qual è la tua definizione di Salgar cronista di “buio dell’anima”? E quella di Salgar artista?
«In entrambi i casi ti rispondo “il trauma che ti interrompe”. Se penso all’immagine che mi suggerisci, mi vengono in mente solo persone interrotte. Penso proprio a un clic, come l’interruttore che spegne la luce. Quel clic è dato quasi sempre da un trauma. Non parlo solo delle vittime».
Ogni cronista di nera ha una stanza segreta nella propria mente, un archivio di casi che non hanno mai avuto un colpevole o una spiegazione. Qual è l’immagine che hai disegnato e che ha poi deciso di non mostrare a nessuno, perché conteneva una verità troppo pericolosa per essere guardata?
«Nel febbraio del 2022 sono partito da cronista per seguire l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Vado in Ucraina dal 2014, dall’inizio delle proteste a Maidan, è un Paese che conosco bene. Dopo diversi mesi sono rientrato in Italia e nel febbraio 2023 sono ritornato per provare a raccontare il primo anno di conflitto. Appena superata la frontiera con la Polonia, in piena notte salgono sul treno militari ucraini per il controllo passeggeri. Risulta che sono in una blacklist dell’Sbu (Služba bezpeky Ukraïny), i loro servizi segreti, come possibile spia. Era accaduto anche dal lato russo, è un problema comune quando si racconta un evento (per di più una guerra) cercando di restare oggettivi tra un fronte e l’altro. Mi hanno tirato giù dal treno e portato in un ufficio di frontiera convinti che fossi un loro nemico. Diciamo che non è stata una bella nottata. Alcune cose di quella notte le conosco solo io, alcuni disegni di quella notte li ho visti solo io. E così sarà. Con i segreti sono molto bravo. Per inciso, dopo un’interrogazione parlamentare e parecchio casino, il governo ucraino ha riconosciuto che non ero una spia ma solo un cronista».
C’è un disegno, uno solo, che hai fatto e che poi hai guardato dicendo: “Ecco, questo fa più paura della realtà”. C’è un’immagine che non ti fa dormire la notte?
«Ti deluderò, la notte non ho mai incubi. Ho la mia tecnica per evitare o almeno contenere le invasioni dell’inconscio. Te lo racconterò un’altra volta. E no, non c’è niente che faccia più paura della realtà».
La seconda edizione della Biennale di Malta entra nel vivo e assegna i premi: tra i vincitori anche Concetta Modica,…
Dal 27 al 29 marzo 2026, Villa Ciani ospita YouNique, la fiera boutique d’arte contemporanea di Lugano: sei le gallerie…
Alla Galleria Tiziana Di Caro, una mostra dedicata a Rosa Panaro ripercorre la sua lunga ricerca artistica, tra attivismo sociale,…
Una selezione degli spettacoli e dei festival più interessanti della settimana, dal 16 al 22 marzo, in scena nei teatri…
A Palazzo Roverella di Rovigo, una mostra racconta affinità, tensioni e scambi tra Federico Zandomeneghi ed Edgar Degas, due protagonisti…
Il film di Paul Thomas Anderson domina gli Oscar 2026 con sei statuette: da Michael B. Jordan a Jessie Buckley,…