Mimmo Rotella, Pierre Restany, Filippo Panseca. La foto è stata scattata presso la galleria Marconi Studio Milano (Archivio Panseca)
«Se devi chiedere che cos’è il jazz, non lo saprai mai». La frase, spesso attribuita a Louis Armstrong, se presa alla lettera suona elitaria, quasi un po’ snob. Ma come provocazione funziona: ci sono cose che non si capiscono al primo giro di parole e la definizione arriva dopo (se arriva). Dal 24 aprile, a Palazzo Ducale di Genova aprirà una retrospettiva su Mimmo Rotella. La notizia è già uscita e si potrebbe pensare che ora non resti che andarla a vedere, quella mostra. Magari ricordando, con Alberto Fiz, curatore dell’esposizione, che nel 2004 Rotella aveva già esposto a Palazzo Ducale, nella grande mostra Arti & Architettura curata da Germano Celant, e che qui realizzò il suo ultimo Rituale dello Strappo, una performance all’aperto. Tuttavia, la scelta di Rotella a Genova quest’anno merita qualche riga in più, anche per la compresenza, quasi nello stesso periodo, della grande mostra su Van Dyck.
Van Dyck, infatti, ritrae personaggi importanti e la loro funzione sociale con tecnica impeccabile e con un occhio capace di decidere cosa far entrare nel quadro e cosa lasciare fuori. Il suo è un linguaggio solido, misurato, pienamente rappresentativo. Quello di Rotella no.
Su questo accostamento, Massimo Sorci (Palazzo Ducale) osserva: «Rotella è un artista dall’eccezionale forza simbolica e dal respiro internazionale. Nella mostra, viene raccontato come sia stato in grado di intercettare le più significative correnti dell’arte internazionale. Mi aspetto che il pubblico si appassioni e resti sedotto da queste immagini che sanno parlare a diverse generazioni. Un po’ come Van Dyck». Una compresenza, dunque, decisamente non neutra. Anche se – o forse proprio perché – le due voci non possono unirsi in un coro: Rotella non suona come Van Dyck.
Mimmo Rotella approda all’affichisme passando dalla poesia fonetica, portandosi dietro una certa sintonia con il jazz e una lunga esperienza nel figurativo più tradizionale: lui, nella sfida della frase attribuita ad Armstrong, ci sta benissimo.
Calabrese, classe 1918, uomo di non molte parole ma di molti suoni, da udire e da vedere: la sua strada parte dal linguaggio e al linguaggio torna, attraversando forme espressive anche molto varie. Per questo, prima di guardarlo strappare manifesti, bisogna ascoltarlo: ascoltare quello che di se stesso decide di portare in luce, come uno strappo sul manifesto della sua memoria.
In un’intervista del 1997, Rotella fa partire i suoi ricordi dal negozio di modista di sua madre: cappelli bellissimi e ritagli di velluto e stoffa che dopo la lezione restavano per terra. «Qui mi ispiravo per le mie composizioni», dice. È un inizio senza retorica: per terra, pezzi di tessuto e avanzi. Come note su un pentagramma ancora incompleto. Ma è proprio da questa specie di asarotos oikos (il “pavimento non spazzato” dei mosaici greci e romani) che si comincia a intravedere lo scarto mentre smette di essere invisibile e diventa immagine.
Colore, certo. Ma anche ritmo, anche musica: una musica ottenuta dalla voce umana, che Rotella chiama «Fonte inesauribile di strumenti musicali naturali», e che insegue, imita, riproduce, modifica gli effetti sonori della strada.
L’ambiente è il laboratorio vasto e indocile della città e il ritmo si muove come il jazz: quella che Rotella chiama «Poesia epistaltica» – un assaggio del suo modo di cercare il reale, fermandosi su ciò che di solito scorre via, non perché scompare ma perché non lo guardiamo più. Da lì, la messa a fuoco dello scarto passa dall’orecchio all’occhio: la città, entrata nella poesia come ritmo e rumore, ora mostra anche le sue immagini. Come ritagli. Manifesti, colla, carta su carta; immagini che si sovrappongono e si logorano fino a diventare fondale, lo stesso fondale che la poesia epistaltica faceva emergere con il suono.
Quelle quinte, che sembrano pretendere di avere parte in commedia, di smettere di essere solo una comparsa muta, accompagnano probabilmente Rotella anche nel suo soggiorno americano dei primi anni Cinquanta. Parte con una valigia di note: alcune più tradizionali – l’astrazione geometrica, una pittura nutrita di avanguardie storiche, la formazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli – e qualche personale già alle spalle.
A Kansas City, dove rimane per un anno grazie a una borsa di studio, Rotella sta dentro un paesaggio in cui la pubblicità è vera e propria atmosfera. Al rientro a Roma, nel 1953, quella stessa atmosfera gli resta probabilmente addosso: la pittura tradizionale diventa per lui un passato talmente superato che non occorre rinnegarlo: come non occorre rinnegare la voce che avevamo da bambini, per potere usare quella da adulti.
Nasce o forse, meglio, viene finalmente alla luce, dunque, lo “strappo”. Rotella strappa manifesti dal muro, ne preleva strati, li porta in studio. E li mette sulla tela: le lacerazioni, la colla, la carta su carta diventano forma, e il caso – usura, sovrapposizioni, mani anonime – entra nel lavoro come parte dell’opera.
È in Francia, che chiamano tutto questo affichisme – la metropoli come un archivio vivo, i muri come una superficie che scrive da sola, per accumulo e consumo, e il gesto che esprime tutto questo con un nome quasi onomatopeico: décollage. Ossia scollare, staccare, portare via.
La mostra al Ducale annuncia un arco molto lungo: dal 1945 al 2005. Non soltanto il décollage, dunque, ma anche le altre tecniche che Rotella ha attraversato – o, per meglio dire, percorso.
Alberto Fiz ce la racconta così: «Tutta l’esposizione mette in rilievo la profonda aderenza di Rotella al reale che si “rotellizza” di fronte al suo sguardo. La sua è la volontà d’intervenire in presa diretta e questo appare evidente sin dalla metà degli anni Cinquanta con i suoi retro d’affiche in cui sembra cogliere il crepitio della materia utilizzando il retro del manifesto. Ma la mostra è un susseguirsi di esperienze: insieme ai décollage più celebri legati al cinema e alla società dei consumi, non manca una serie di opere dedicate agli anni di piombo dove Rotella indaga quella drammatica vicenda con lo sguardo del fotoreporter. Il viaggio prosegue sino alle lamiere che ha iniziato a realizzare alla fine degli Ottanta per proseguire sino al 2004, due anni prima della sua scomparsa. Ancora una volta Rotella si appropria del messaggio della strada realizzando opere di carattere architettonico. Non solo il manifesto, ma dall’ambiente urbano viene asportato anche il supporto che diventa così parte del rinnovamento».
Per questo Rotella e il jazz hanno un filo sottile che li unisce: il loro linguaggio sfugge a ogni definizione a priori. Prima di capirli, bisogna attraversarli.
Rotella lo dice senza giri: «La lacerazione è un rito. Basta avere un muro coperto di manifesti pubblicitari, almeno in due o tre strati. La performance ha lo scopo di diffondere il messaggio della strada».
Alla fine, se a parlare fosse Armstrong (o chi per lui), direbbe: «Se devi chiedere che cos’è lo strappo, non lo saprai mai». Lo capisci quando lo vedi e quando senti che la città, quel fondale, finalmente parla proprio con te.
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