Georg Baselitz, Die Hand - Das brennende Haus (Remix, 2006, puntasecca (Collezione privata. Foto by G. Michaloudis, farbanalyse, Köln, c. Georg Baselitz 2026)
Baselitz. AVANTI!, visitabile fino al 13 settembre 2026 presso il Museo Novecento di Firenze e curata da Sergio Risaliti è diventata, di fatto, l’ultima mostra dell’artista tedesco, scomparso il 30 aprile 2026, a 88 anni. La mostra riunisce un percorso monumentale tra i linguaggi di Georg Baselitz, in un ampio progetto espositivo con circa 170 opere da cui emerge la certezza che l’artista ha riposto nel potere sovversivo dell’arte, ponendo le basi del proprio spirito artistico tra le macerie prodotte dalla Seconda Guerra Mondiale, fuori da ogni forma di rassicurazione e ponendo le basi del proprio spirito artistico tra le macerie prodotte dalla Seconda Guerra Mondiale.
La mostra, priva di ogni forma di rassicurazione, organizza le tensioni della vita di un artista che, attraverso il tipico rovesciamento della figura, ha sempre codificato significati concettuali e imposto di continuare a rileggere ogni opera per ragionare sulle possibilità di percepirsi perennemente fuori posto in un mondo che ancora oggi probabilmente non impara dal terrore del passato.
Abbiamo intervistato Sergio Risaliti, direttore del Museo Novecento di Firenze e curatore della mostra, per conoscere meglio anche il legame profondo ed eterno che è esistito tra Georg Baselitz e Firenze.
Dalla storica testata giornalistica al Museo Novecento di Firenze, come nasce la mostra di Georg Baselitz e perché questo titolo oggi diventa importante?
«La mostra nasce dalla volontà di non fare una semplice retrospettiva, ma di entrare nel cuore operativo del lavoro di Georg Baselitz. AVANTI! non è solo un titolo evocativo: è una dichiarazione di metodo. Significa continuare a mettere in crisi le immagini, a non accontentarsi, a spingere il linguaggio oltre i propri limiti. Oggi è un invito necessario, in un tempo in cui tutto tende a diventare prevedibile».
Lontano dalle rassicurazioni che oggi si potrebbero ricercare, il lavoro di Baselitz si inserisce in particolari criticità che le sue opere affrontano da oltre 60 anni. C’è un nucleo d’attrazione che questa mostra ha voluto raccontare in modo specifico?
«Sì, il conflitto come motore dell’immagine. Tutta la ricerca di Baselitz si costruisce su tensioni irrisolte: tra distruzione e costruzione, tra memoria e invenzione, tra controllo e impulso. Ogni opera è il risultato di questo attrito, e la mostra restituisce proprio questa energia instabile, mai pacificata».
Circa 170 opere in mostra tra stampe, dipinti e sculture raccontano l’immenso lavoro di Georg Baselitz, cosa vuol dire selezionare delle opere per il Museo Novecento per raccontare l’artista?
«Vuol dire costruire un percorso che tenga insieme ampiezza e precisione. Non si tratta solo di rappresentare sessant’anni di lavoro, ma di far emergere una linea chiara: quella di un artista che ha sempre rimesso in discussione il proprio linguaggio. La selezione punta a mostrare questa continuità nella trasformazione».
In questa mostra la pratica dell’incisione ha un’attenzione che spesso viene trascurata. Cosa testimoniano le incisioni di Baselitz e perchè in Avanti! assumono un ruolo cardine?
«Perché la grafica è il vero laboratorio di Baselitz. Non è un ambito secondario, ma uno spazio autonomo in cui le immagini vengono testate, scomposte e ricostruite. Le circa 150 incisioni in mostra dimostrano quanto questo lavoro sia radicale: un luogo di rigore tecnico ma anche di grande libertà».
Che rapporto c’è con le altre opere e che legami si generano attraverso la mostra sul piano dei linguaggi?
«La mostra mette in evidenza un dialogo continuo tra grafica, pittura e scultura. Le immagini migrano da un linguaggio all’altro, si trasformano, si contraddicono. Non c’è gerarchia: è un sistema aperto in cui ogni medium contribuisce a ridefinire gli altri».
Georg Baselitz e Firenze, in che modo questa mostra recupera il legame profondo tra l’artista e la città?
«È un ritorno vero, non simbolico. Firenze è stata decisiva per la formazione di Baselitz, soprattutto per il confronto con la tradizione grafica rinascimentale. Questa mostra riattiva quel dialogo, mettendo in relazione la sua ricerca con una città che storicamente ha riflettuto sull’immagine e sulla sua costruzione».
Nell’ottica di un costante lavoro di ricerca svolto dal Museo Novecento, la mostra di Georg Baselitz cosa genera per il pubblico e quali sono le motivazioni per cui andrebbe vista?
«Non è una mostra che rassicura. Costringe a rallentare e a guardare davvero. Genera uno sguardo più critico e consapevole, mettendo in discussione il modo in cui leggiamo le immagini. Vale la pena vederla proprio per questo: perché lascia qualcosa che continua a lavorarti dentro anche dopo».
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