Kairos Resounding, Julian Charrière & Laurent Grasso, Installation View, 798CUBE, 2026
Trasferirsi in Cina a cinque anni dalla pandemia ha il vantaggio di ritrovarsi nel cuore di dinamiche complesse, di osservare una scena culturale che, dopo un lungo periodo di stallo, cerca ora di ripartire, e a tratti ci riesce. Un passo indietro per farne uno in avanti: è questa, forse, la sensazione che si prova oggi in Cina, in un clima culturale diviso tra la spinta all’innovazione tecnologica e la valorizzazione di un’identità fortemente asiatica.
Se Shanghai rimane l’hub internazionale scelto dai nuovi musei, è anche la città che soffre di più l’attuale fase di post-boom, proprio a causa dei suoi enormi musei privati da sostenere con altrettanto enormi costi operativi. Cosa sta succedendo invece a Pechino? È ancora il motore creativo della Cina? È ancora lì che si trovano gli studi degli artisti più interessanti?
Lo abbiamo chiesto ad Aria Yang, Program Director della Gallery Weekend Beijing, in occasione dei dieci anni dalla prima edizione.
L’era dell’espansione museale trainata dal mercato immobiliare in Cina si è raffreddata, e molti parlano ormai di una “fase post-boom”. Come si stanno adattando le istituzioni a questo nuovo clima?
«Questa transizione dalla rapida espansione verso una sostenibilità qualitativa rappresenta un’evoluzione profondamente positiva. Il mondo dell’arte si sta allontanando dagli spettacoli effimeri per orientarsi verso una coltivazione culturale profonda e duratura. La rilevanza istituzionale autentica si costruisce su un’infrastruttura intellettuale solida, su un impegno rigoroso con il pubblico e su un radicamento nel proprio terreno culturale».
In che modo Gallery Weekend Beijing può aiutare i propri partner a passare da una crescita basata sullo spettacolo verso una sostenibilità a lungo termine?
«GWBJ ha sempre sostenuto questo sviluppo organico. Coltivando un ecosistema resiliente fondato sulla fiducia reciproca tra gallerie, artisti e istituzioni, offriamo ai nostri partner una piattaforma stabile per concentrarsi sulla profondità accademica e su una crescita comunitaria sostenuta. Questa fase riflessiva è il catalizzatore ideale per un’ecologia dell’arte più sana e duratura».
Molte istituzioni culturali cinesi si trovano a sostenere i pesanti costi operativi di edifici monumentali. Al di là dell’architettura fisica, di quale tipo di infrastruttura curatoriale e accademica ha bisogno l’ecosistema in questo momento per restare rilevante?
«Gli edifici fisici sono semplici contenitori: la loro vitalità duratura dipende da un’infrastruttura “soft”, in particolare dalla ricerca curatoriale radicata nel territorio, dagli archivi e dal dialogo accademico.
Esiste un’urgenza reale di documentare, studiare e interpretare la storia dell’arte contemporanea cinese dall’interno. Le nostre istituzioni devono concentrarsi sulla produzione di sapere localizzato e sulla costruzione di una continuità storica. Il pubblico di oggi, e in particolare le generazioni più giovani, cerca profondità intellettuale e risonanza culturale, non mera monumentalità. Rafforzare le fondamenta curatoriali e accademiche è essenziale per rispondere a questa esigenza».
Nel corso dell’ultimo decennio, una parte consistente dei riflettori commerciali e istituzionali si è spostata verso Shanghai. Come si può descrivere il ruolo di Pechino oggi: è ancora il motore creativo e degli studi d’artista dell’arte cinese, o quell’identità si è trasformata?
«Pechino rimane il cuore intellettuale e creativo dell’arte contemporanea cinese. La sua posizione è sostenuta da una densità ineguagliabile di studi d’artista, reti accademiche, storici distretti dell’arte e istituzioni pionieristiche.
La celebre energia indipendente e sperimentale della città si è maturata in un ecosistema sofisticato e multistratificato. L’elemento cruciale è che Pechino coltiva una cultura della lettura approfondita e del discorso critico. I collezionisti della città sono notoriamente orientati alla ricerca, e privilegiano il valore storico e la traiettoria artistica rispetto alle tendenze di mercato di breve periodo. È questo rigore a definire GWBJ e a fare di Pechino il luogo in cui il valore culturale viene determinato».
Con il decimo anniversario di GWBJ, il paradigma si è spostato dal “la Cina che insegue l’Occidente” alla “Cina che definisce la propria storia interna”. Con il vostro Visiting Sector che valorizza hub regionali come Taipei e Hong Kong, la definizione stessa di piattaforma “internazionale” si sta orientando verso un dialogo più stretto all’interno dell’Asia?
«In effetti, il concetto di “internazionale” si sta evolvendo da un modello occidentalocentrico verso un dialogo multipolare. Per GWBJ, qualsiasi impegno globale significativo deve essere radicato nella nostra soggettività culturale. Il vero internazionalismo non consiste nell’importare tendenze esterne, ma nel creare un dialogo attivo in cui prospettive globali e storie locali si arricchiscono reciprocamente.
Il ritorno del nostro Visiting Sector riafferma queste radici culturali condivise. Presentando gallerie provenienti da hub regionali del più ampio mondo sinofono e asiatico, favoriamo dialoghi tra pari fondati su storie e sensibilità estetiche comuni. Rafforzare questi legami regionali non significa voltare le spalle alla scena globale; al contrario, ci consente di contribuire al discorso internazionale da una posizione di piena fiducia culturale».
Il settore “Up & Coming” si concentra sui giovani creativi. Durante gli anni del boom, gli artisti emergenti venivano spesso lanciati e poi dimenticati troppo in fretta da acquirenti speculativi. In un’economia più lenta come quella attuale, qual è la responsabilità di GWBJ nel proteggere questi talenti dalla volatilità del mercato garantendo loro al contempo visibilità?
«La nostra responsabilità a GWBJ è quella di offrire un quadro accademico e curatoriale che tuteli l’integrità culturale delle pratiche emergenti. La mostra di quest’anno, Ten Sentences of Neo-Shamanism, curata da Yang Zi, ne è un esempio emblematico. Anziché trattare l'”arte emergente” come una categoria commerciale, l’esposizione esplora il modo in cui gli artisti più giovani si confrontano con mitologie localizzate e memorie culturali. Il nostro obiettivo è aiutare i giovani talenti a costruire pratiche sostenibili radicate nella sostanza».
Quest’anno portate l’arte sugli schermi urbani e negli spazi pubblici della città. In un’epoca in cui le gallerie tradizionali risultano a volte intimidatorie per il grande pubblico, si tratta di un tentativo di democratizzare l’esperienza dell’arte contemporanea, o piuttosto di trovare un nuovo linguaggio visivo per la città?
«Si tratta di entrambe le cose: ampliare l’accessibilità culturale e arricchire il paesaggio civico di Pechino. Integrando l’arte contemporanea negli spazi pubblici e negli schermi urbani, abbattiamo le barriere della galleria tradizionale e rendiamo l’arte parte organica della vita quotidiana.
Allo stesso tempo, questa iniziativa esplora l’identità urbana peculiare di Pechino. Introdurre opere site-specific in una città di tale profondità storica e vitalità contemporanea genera un dialogo dinamico tra patrimonio, espressione contemporanea e vita quotidiana, plasmando un linguaggio visivo al tempo stesso proiettato nel futuro e profondamente radicato nel locale».
Si parla molto in questo momento di un orientamento verso il “lungo termine”, con collezionisti che privilegiano la ricerca approfondita rispetto alle tendenze di mercato. Stiamo assistendo alla definitiva scomparsa del “collezionista-investitore” speculativo a Pechino?
«Stiamo assistendo a una profonda maturazione della nostra comunità di collezionisti, sempre più orientata verso la tutela culturale e il mecenatismo locale. I collezionisti sono sempre più guidati dalla ricerca e focalizzati sul valore storico a lungo termine».
E chi lo sta sostituendo?
«Siamo particolarmente entusiasti di una nuova generazione di mecenati profondamente impegnati nel sostegno all’ecosistema locale. Non si limitano ad acquisire opere: supportano archivi, fondano spazi no-profit e finanziano progetti ambiziosi. Un esempio significativo di quest’anno è la Special Exhibition del Main Sector, Nirvana, dedicata all’artista Ouyang Chun e progettata dal collezionista Tian Jun. Questa collaborazione illustra come i collezionisti stiano contribuendo attivamente con energia creativa e intellettuale alla nostra comunità».
Se il primo decennio di Gallery Weekend Beijing è stato dedicato alla costruzione della piattaforma e alla sua crescita, qual è il manifesto centrale per il secondo decennio?
«Se il nostro primo decennio è stato dedicato alla costruzione della piattaforma, il secondo sarà consacrato all’approfondimento delle nostre radici culturali, all’affermazione della nostra soggettività locale e alla promozione del dialogo regionale. Il nostro manifesto centrale è generare un discorso sull’arte contemporanea a partire dal nostro contesto storico e culturale. Vogliamo superare l’obsoleta contrapposizione tra “locale” e “globale”, dimostrando che un impegno profondo con il proprio patrimonio e le proprie realtà regionali produce un’arte di rilevanza globale autentica».
Qual è il messaggio principale che volete trasmettere al mondo dell’arte globale riguardo alla direzione dell’arte cinese verso il 2030?
«Entro il 2030 vogliamo che il mondo dell’arte internazionale riconosca una scena dell’arte contemporanea cinese definita dall’autonomia intellettuale e dalla profondità accademica. Il futuro del nostro ecosistema risiede nella costruzione silenziosa e costante di un’infrastruttura culturale sostenibile e nella fiducia nelle proprie narrazioni».
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