Délio Jasse. Contro-narrazioni dall’Angola postcoloniale

di - 7 Marzo 2026

L’archivio detiene una certa avidità, una propria tendenza ad accumulare senza sosta immagini e documenti fino a saturare lo sguardo. Per orientarsi in questo eccesso non basta osservare l’insieme; occorre avvicinarsi, isolare un frammento, sostare sul dettaglio. Ed è proprio nel particolare apparentemente secondario, che può manifestarsi una traccia capace di mettere in dubbio l’evidenza e di suggerire una verità che non si lascia mai cogliere del tutto.

Delio Jasse, The Angolan File ph (c) Manuel Montesano

La pratica di Délio Jasse (Luanda, Angola, 1980) si sviluppa come una riflessione critica su come le immagini vengono prodotte e su quale ruolo assumano nei contesti storici, politici e post-coloniali. Attraverso interventi, sovrapposizioni e rielaborazioni di fotografie e materiali d’archivio, l’artista incrina l’idea di un’immagine neutra e oggettiva, mettendo in discussione anche la presunta imparzialità del gesto fotografico. Da un lato Jasse indaga il processo stesso di costruzione dell’immagine, trasformandolo da meccanico a quasi pittorico; dall’altro ripensa l’archivio non soltanto come luogo di conservazione della memoria angolana, ma come dispositivo che stabilisce cosa può essere visto, ricordato o riscritto, e cosa invece viene escluso e dimenticato.

Delio Jasse, The Angolan File ph (c) Manuel Montesano

Questo esercizio artistico offre un’esplorazione esperienziale e personale della mescolanza tra passato e presente nella cultura e nella politica africana postcoloniale.
Davanti a questo lavoro di ri-mediazione siamo quindi chiamati a disimparare totalmente il nostro modo di guardare. Le immagini d’archivio qui non sono più limpide e rassicuranti, diventano bensì opache, perdendo quella chiarezza e quella presunta univocità che l’ordine archivistico assegna loro.

L’artista ci spinge a riflettere su come siamo abituati a leggere questo immaginario visivo: cosa riconosciamo, cosa ignoriamo, e in che modo il nostro punto di vista, la nostra posizione e la nostra identità influiscono sull’interpretazione. E lo fa attraverso immagini ordinarie, provenienti non solo da archivi istituzionali ma anche privati, per mostrare quanto i nostri modi di guardare, consumare e comprendere il mondo siano intrecciati, spesso senza che ce ne accorgiamo, con le strutture della colonialità.
Se è vero poi che l’archivio coloniale è una trappola – per tutto ciò che implica in termini di controllo e selezione della memoria – non è forse proprio l’archivio di per sé, nel cuore dell’Occidente che lo ha concepito, a poter essere ribaltato? È possibile trasformarlo da strumento di esclusione a leva strategica per chi è stato tenuto ai margini delle narrazioni ufficiali?

Delio Jasse, The Angolan File ph (c) Manuel Montesano

In The Angolan File, nella sua prima personale in Italia a cura di Marco Scotini, allestita nei nuovi spazi di AF Gallery a Bologna, Délio Jasse restituisce una risposta a questa domanda attraverso l’esposizione di un insieme di lavori, per lo più inediti, realizzati tra il 2019 e il 2025. Una sorta di contro-archivi: dispositivi critici che non pretendono di sanare definitivamente il trauma, ma che possono attivare pratiche di cura, di riappropriazione e di riscrittura.

Sem Valor (2019) apre la mostra: la serie prende avvio dalla raffigurazione di quelle architetture razionaliste di epoca coloniale portoghese che ancora punteggiano l’Angola. Un tempo simboli di autorità e dominio, oggi questi edifici si presentano come presenze ambigue, sopravvissute al proprio potere senza averne davvero risolto l’eredità. Ne emerge il ritratto di una città in continua trasformazione, simile a un palinsesto in cui il passato non si cancella ma continua a riscriversi nel presente. Su queste immagini interviene poi la foglia oro – applicata direttamente sull’emulsione fotografica – non come ornamento celebrativo, ma come segno che mette in evidenza una frattura storica mai ricomposta.
Attraverso questo processo, Jasse tenta di riallacciare il legame con la propria terra, osservandone il paesaggio urbano in evoluzione e le vite che lo attraversano, come se ogni opera fosse insieme un atto di riappropriazione e un esercizio di ascolto.
In questo senso, The Place to Be (2025) mostra frammenti della memoria storica angolana, legati a quella stagione in cui lo sfruttamento delle riserve petrolifere accelerò drasticamente lo sviluppo economico e la trasformazione urbana durante il colonialismo portoghese.

Pontus, 2021, Emulsione fotografica e ecoline su carta, cm 70×100

Su delle strutture simili a colonne, l’artista interviene utilizzando la serigrafia per accostare ritratti umani e facciate architettoniche. L’accostamento non è formale ma simbolico: da un lato l’identità individuale, dall’altro quella costruita attraverso l’urbanistica e il potere. Ne emerge una riflessione sulle tensioni tra appartenenze culturali differenti – radici africane e modelli europei – inscritte tanto nei corpi quanto negli spazi della città.
Su questa stessa drammatica estetica del quotidiano riflette poi la serie Pontus II (2025). Attraverso l’uso di emulsioni colorate manualmente e di contrasti cromatici decisi, Jasse appiattisce, giustappone e mette in evidenza diverse scene di vita per guidare lo sguardo dello spettatore e sottolineare evoluzioni e convergenze culturali.

Delio Jasse, The Angolan File ph (c) Manuel Montesano

Queste opere non sono mai semplici riproduzioni, bensì immagini che abitano una zona intermedia: non del tutto reali, non del tutto fittizie; non pura memoria, non semplici documenti. Ed è proprio in questo spazio liminale che esse perdono la loro presunta oggettività e diventano spazio di tensione, luogo in cui si ridefiniscono i significati. La grande installazione centrale che domina la mostra, As colonias vão ser paises (2023), affronta il tema dell’identità come dispositivo di controllo. Per esistere bisogna essere registrati e classificati. Ma cosa accade quando sono proprio i documenti a esercitare una forma di violenza silenziosa?

Caducando #2, 2024, Ciaonotipo e serigrafia su carta blu, cm 100×70

L’opera prende forma a partire da fotografie trovate in album familiari coloniali, immagini private oggi ridotte a scarti di una storia mai risolta. Jasse le riattiva, le ristampa, le timbra e le sposta di contesto per narrare l’uscita dei coloni portoghesi dall’Angola come una frattura ancora aperta.

L’identità qui si rivela fragile e negoziabile così come in Black Portrait III (2025), una serie di ritratti in cui i volti vengono censurati e riscritti attraverso diciture che certificano la legittimità dell’esistenza del soggetto. Attraverso questa sorta di montaggio frammentato, quasi un cut-up visivo, emerge una certa oppressione fatta di codici burocratici, didascalie nostalgiche, diciture tecniche che siamo abituati a percepire come un linguaggio neutro, ma che in realtà non lo è affatto. Proprio in questa apparente neutralità lo sguardo si anestetizza, rendendo i documenti meno interrogabili e più docili alla narrazione dominante. In questo senso, il timbro diventa un simbolo netto: è la burocrazia che decide se una vita è valida o meno, soprattutto per chi porta con sé una storia di migrazione.

Delio Jasse, The Angolan File ph (c) Manuel Montesano

Questa mostra non si limita a rileggere la storia coloniale, bensì mette in discussione le modalità attraverso cui essa è stata ricordata e trasmessa. La pratica artistica di Délio Jasse si inserisce, quindi, in questo processo di riemersione del rimosso: reinscrive nel presente ciò che è stato negato o marginalizzato, mostrando che il passato non è un capitolo concluso ma una stratificazione attiva. Rileggerlo, tradurlo e riconfigurarlo diventa allora un compito critico che riguarda non solo le immagini, ma i linguaggi e le forme quotidiane attraverso cui la memoria continua a operare. La responsabilità che l’artista lascia, sul piano personale e collettivo, consiste nel non smettere di interrogare ciò che ci ha costruiti. Ed ecco che l’archivio coloniale ci si rovescia addosso, finendo per ricordarci quanto tutto questo ci ri-guardi.

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