Luca Sivelli
Ci sono artisti che occupano lo spazio. E altri che modificano la temperatura emotiva di una stanza. Luca Sivelli apparteneva a questa seconda specie rara di esseri umani. La sua presenza aveva qualcosa di obliquo e magnetico insieme, l’esserci alterava percettibilmente l’atmosfera, come accade nelle opere che continuano a lavorarti dentro anche quando hai smesso di guardarle. La notizia della sua scomparsa lascia oggi una ferita profonda nella comunità artistica italiana, soprattutto in quella generazione cresciuta tra sperimentazione, precarietà, relazioni radicali e pratiche ibride, quando fare arte significava ancora esporsi completamente, senza protezioni.
Nato a Napoli nel 1974, Luca Sivelli ha attraversato oltre vent’anni di ricerca mantenendo sempre una posizione laterale, appartata, refrattaria alle semplificazioni del Sistema ed è forse proprio da quella distanza che il suo lavoro ha conservato la capacità di restare vulnerabile. Molti lo hanno conosciuto attraverso l’esperienza di Moio&Sivelli, il duo fondato insieme a Luigi Moio negli anni della formazione all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Un progetto che ha segnato in modo sotterraneo ma decisivo la scena della performance e della videoarte italiana tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila. I loro lavori non cercavano mai l’effetto spettacolare ma costruivano, piuttosto, situazioni ambigue, emotivamente instabili, in cui il pubblico veniva trascinato lentamente dentro dinamiche di disagio, ironia, attesa e fragilità relazionale. C’era qualcosa di profondamente teatrale nel loro modo di abitare l’opera, ma era un teatro smontato, minimo e anti-eroico, una sorta di teatro dell’inciampo umano. Le azioni, i corpi, gli oggetti, perfino il tempo sembravano continuamente sul punto di perdere equilibrio. Ed è forse lì che Sivelli aveva trovato uno dei nuclei più autentici della propria ricerca con la tensione sottile tra leggerezza e vulnerabilità, tra gioco e collasso emotivo. Negli anni successivi, il suo lavoro ha assunto una dimensione ancora più personale e introspettiva. Installazioni, ambienti, video e performance hanno iniziato a trasformarsi in microcosmi emotivi, spazi sospesi, quasi acquari mentali, dove il corpo appariva insieme presente e distante, ironico e malinconico, immerso in una condizione di costante esposizione fragile.
Opere e progetti come Nice Party Nice People o Assolo raccontavano già, in qualche modo, un sentimento ambiguo della festa, della socialità, dell’essere insieme e per chi lo conosceva bene, ci restituiva una riflessione subacquea sulla società e sui comportamenti umani. Luca amava gli acquari, li amava profondamente e nella sua vita erano fonte di grande ispirazione. Nei suoi lavori più recenti la leggerezza non era mai davvero leggera ma custodiva sempre una crepa, un’ombra, una malinconia trattenuta come se sotto la superficie delle cose Luca riuscisse a percepire continuamente il momento esatto in cui l’euforia si trasforma in solitudine.
Anche per questo il suo lavoro sfuggiva alle categorie. Non apparteneva completamente né alla performance né al teatro né alla videoarte, pur percorrendoli tutti. Sivelli lavorava piuttosto sui limiti, tra presenza e sparizione, tra intimità e rappresentazione, tra il desiderio di entrare in relazione e la paura di esserne travolti. Chi lo ha conosciuto sa quanto questa sensibilità coincidesse con la sua persona. C’era nel suo sguardo una forma rara di attenzione, quasi una delicatezza inquieta, che riusciva a trasformarsi immediatamente in linguaggio artistico.
E forse è proprio questo che oggi appare insostituibile, non soltanto l’artista, ma la qualità umana del suo stare nel mondo, del suo sorridere, del suo essere un’identità unica in una costellazione di omologazioni. In un sistema dell’arte spesso dominato dalla velocità, dalla superficie e dall’autonarrazione, Luca Sivelli ha continuato ostinatamente a lavorare nella zona più fragile dell’esperienza, quella dove il corpo, le relazioni e le emozioni smettono di essere rappresentazione e diventano rischio reale. La sua scomparsa interrompe una ricerca ancora pulsante, ancora capace di aprire domande, ma lascia anche qualcosa di più difficile da definire traducibile forse, con una precisa temperatura emotiva e una vibrazione sottile, il ricordo di un artista che non cercava di occupare la scena, ma di modificarne silenziosamente la percezione.
E oggi quella soglia che per anni ha percorso nelle sue opere — tra apparizione e dissolvenza, vicinanza e distanza — coincide dolorosamente con la sua assenza.
A noi rimangono le sue opere, il suo pensiero e il suo CiùCiù gridato ironicamente nei corridoi dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, dove lui insegnava.
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