Eugenio Viola lascia il museo Mambo di Bogotá a seguito di tensioni interne

di - 13 Febbraio 2026

La recente uscita dal MAMBO – Museo de Arte Moderno de Bogotá del suo direttore artistico Eugenio Viola non costituisce un episodio isolato né un semplice avvicendamento di incarichi. È piuttosto il sintomo visibile di una tensione strutturale che attraversa l’istituzione da due anni: un periodo segnato da dimissioni, dalla diminuzione dei sostegni finanziari e da un cambio di gestione – dalla direzione di Claudia Hakim all’attuale direttrice Martha Ortiz Gómez – che sembra aver interrotto un processo di crescita progressiva consolidato nell’ultimo decennio.

Durante gli anni di Viola alla guida della direzione artistica, il MAMBO ha sostenuto una programmazione orientata a ricerche di medio e lungo periodo, con particolare attenzione a corpi, archivi, materialità e narrazioni capaci di sfuggire a letture compiacenti del presente. Non si è trattato di una linea omogenea né priva di frizioni – nessun progetto serio lo è – ma di una scelta volta a collocare il museo in un dialogo regionale e internazionale che andasse oltre l’agenda locale immediata.

Il problema, dunque, non è l’uscita di una figura specifica, bensì il modo in cui essa si produce e viene comunicata. Quando un museo rinuncia alla propria direzione artistica senza aprire un dialogo pubblico sulla traiettoria istituzionale, ciò che entra in gioco è la credibilità stessa del progetto culturale. La trasparenza non è un gesto amministrativo, è una condizione simbolica.

Eugenio Viola

L’uscita di Eugenio Viola come Curatore Capo e Direttore Artistico del MAMBO di Bogotá, annunciata il 6 febbraio, avviene in un clima di tensioni interne, sorte sotto la direzione di Martha Ortiz Gómez, che ha assunto l’incarico nel febbraio 2024 dopo gli otto anni di gestione di Claudia Hakim.

Il consiglio direttivo ha comunicato che la conclusione del contratto è il risultato di una revisione integrale del funzionamento del museo. L’annuncio, stringato e istituzionalmente blindato, ha evitato di dettagliare le motivazioni, optando per una retorica di «Valutazione» e «Migliori pratiche». Nell’ecosistema dell’arte contemporanea, formule di questo tipo operano spesso come una cortina di neutralità. Ciò che resta fuori dal comunicato è come vengano prese le decisioni, da quale prospettiva si pensi il progetto museale e quale ruolo occupi la pratica curatoriale in questo intreccio.

Viola, da parte sua, ha dichiarato che la decisione gli è stata comunicata via e-mail e che il suo contratto si concluderà con i tre mesi di preavviso previsti. Al di là della procedura formale, le sue dichiarazioni pubbliche delineano uno scenario più complesso. Nel comunicato di congedo, il curatore ha posto l’accento su principi: trasparenza assoluta nei processi, equità nel trattamento, rispetto per la dignità dei lavoratori, difesa della libertà creativa e lealtà verso l’istituzione come bene pubblico. L’insistenza su questi valori, più che sui risultati curatoriali conseguiti, segna il tono della sua uscita.

In un’intervista rilasciata l’8 febbraio alla Revista Papel, Viola ha confermato che dal 2024 si sono verificate numerose cessazioni di rapporti lavorativi: nove persone nel 2024 e diciannove nel 2025. Pur riconoscendo che alcune uscite rispondono a dinamiche professionali abituali, ha segnalato che altre sarebbero legate a un clima lavorativo divenuto «Più pesante» e meno allineato ai valori che dovrebbero reggere un’istituzione culturale. Viola ha poi aggiunto che negli ultimi mesi la situazione avrebbe assunto una dimensione preoccupante, con interi dipartimenti privi di personale.

Lo stesso Viola ha descritto una progressiva riduzione delle sue funzioni. Nella fase precedente, oltre a guidare la programmazione espositiva, coordinava dipartimenti, partecipava ai processi di selezione del personale e prendeva parte alle riunioni del consiglio. Con il tempo, ha affermato, sarebbe stato escluso da queste istanze e il suo ruolo si sarebbe drasticamente ridimensionato. Una percezione che, secondo quanto dichiarato, non sarebbe stata solo individuale ma condivisa all’interno del museo.

A questo quadro si aggiunge un altro elemento rilevante: la diminuzione del sostegno di donatori e sponsor dopo l’uscita di Claudia Hakim. Viola ha confermato che il museo ha perso parte della rete di relazioni strategiche costruita durante quella gestione, un fattore cruciale per la sostenibilità finanziaria dell’istituzione.

Parallelamente, uno degli episodi che ha generato maggiore controversia riguarda il processo di assunzione del designer Felipe Hernández Parias, figlio di María Claudia Parias, direttrice di Idartes, ente pubblico di Bogotà, responsabile della gestione delle politiche pubbliche relative alle pratiche artistiche cittadine.

Secondo quanto riportato da Revista Papel, esisterebbero chat in cui Martha Ortiz Gómez avrebbe inviato via WhatsApp il curriculum del candidato chiedendo che fosse convocato per un colloquio con lei, nonostante la selezione si svolgesse su una piattaforma indipendente. La stessa fonte indica che Hernández Parias non figurava inizialmente tra i finalisti. Il caso ha aperto interrogativi sulla trasparenza delle procedure, soprattutto alla luce del rapporto contrattuale tra il MAMBO e Idartes.

In questo contesto, le parole di Viola assumono un peso specifico. Quando parla di trasparenza, di rispetto per il lavoro e della necessità che il museo funzioni come spazio plurale, aperto al dissenso e al dibattito critico, non lo fa in astratto. Nell’intervista sottolinea che un’istituzione culturale può sostenersi solo se costruita collettivamente e se assume la propria responsabilità etica e pubblica. Avverte inoltre che il museo è, prima di tutto, un «Ecosistema umano», la cui forza dipende dalla cura e dall’ascolto.

La cessazione dell’incarico di Viola – incluso nel 2025 tra le cento personalità più influenti del mondo dell’arte, recentemente curatore della Bienal de Arte Paiz in Guatemala e già curatore del Padiglione Italia alla Biennale Arte del 2022 – avviene così nel mezzo di una crisi profonda del MAMBO, sulla quale si è espressa anche la Ministra della Cultura della Colombia, Yannai Kadamani Fonrodona. Più che un semplice cambio alla direzione artistica, l’episodio mette in luce una disputa sul modello istituzionale, sulle forme di leadership e sulle condizioni in cui oggi si esercita la gestione culturale in uno dei musei più importanti della Colombia.

[L’articolo è stato pubblicato originariamente su exibart.ar, la nuova rivista digitale di exibart in lingua spagnola, che offre una copertura esaustiva del settore dell’arte contemporanea in America Latina]

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