Richard Serra: Animal habitats live and stuffed... Roma, La Salita, 1966, Exhibition view, MACRO, 2022. Vista dâallestimento e fotografia dellâopera / Installation view and picture of the work: Hare Pie Coolin, 1965-1966. Stampe fotografiche in bianco e nero. Ph. Aldo Durazzi / Agenzia DUfoto. Courtesy Giuseppe Garrera Collection
âRichard Serra: Animal habitats live and stuffedâŚâ è la mostra estiva cui è dedicato lo studio bibliografico del MACRO di Luca Lo Pinto: una ricostruzione della prima personale giovanile dellâartista statunitense alla Galleria La Salita di Roma, inaugurata il 24 maggio del 1966. Lâesposizione, realizzata con il coordinamento curatoriale di Sara Catenacci, visitabile fino al 9 ottobre, raccoglie rari documenti fotografici e cartacei mai presentati prima appartenenti alla Collezione Giuseppe Garrera, attraverso i quali è possibile ricostruire ed esperire una mostra leggendaria che è passata alla storia per la sua portata avanguardistica e per una volontĂ di negazione del suo stesso autore. Sono gli anni Sessanta quando Richard Serra viaggia in Italia per compiere il proprio grand tour personale, attratto dalle bellezze Rinascimentali di Firenze e dalla storia di Roma, ma forse quello che piĂš lo colpisce e lo affascina è la vita cittadina dei mercati, lâitalianitĂ nelle sue forme piĂš tradizionali, il mezzogiorno magico. Tutti elementi che ritroviamo nelle immagini qui esposte di una mostra, definita dallo stesso Serra piĂš come un âsaggio giovanileâ e poi rinnegata, che entrò nella leggenda per una serie di rumores e luoghi comuni che in un qualche modo spinsero lâartista a volersene dimenticare per anni. Lo scandalo? Il fatto che dentro alla Galleria La Salita di Gian Tomaso Liverani, un appartamento nei pressi di Piazza di Spagna, erano stati esposti degli animali vivi.
E questo avveniva ben prima del pappagallo di Kounellis o de âLo Zodiacoâ di De Dominicis, che negli anni immediatamente successivi sdoganarono tale pratica nelle gallerie della Capitale, passando alla storia. Avveniva per la prima volta in un momento in cui lâarte contemporanea non era pronta, forse nemmeno lo stesso Serra, che però ebbe lâaudacia di creare dentro le sale immacolate de La Salita una Wunderkammer di gabbie sporche, mobilacci di seconda mano, bidet e tutta una serie di improbabili reperti raccolti dalla strada, come palloni da calcio e guantoni da boxe. Per non parlare, appunto, della vita che abitava la babele di oggettistica con versi e odori di ogni sorta, che di certo non risultarono graditi agli occhi dei collezionisti romani: gallinelle, uccelli, coniglietti e persino un famoso maialino â unica effige della mostra rimasta pubblica e diffusa dalla stampa â cui lâartista dava personalmente da mangiare. Oggi possiamo apprezzare in questo âesperimentoâ, come Serra ama definirlo, tutta la capacitĂ di un giovane artista di distruggere la tradizione, di far uscire lo spettatore dagli schemi dellâarte canonica per reimmetterlo attraverso unâaltra porta, quella del ricordo agricolo in tutta la sua poetica drammaticitĂ , rappresentato da vere e proprie sculture viventi di cui possiamo percepire elementi come lâarte povera, il valore dei materiali, il surrealismo. Nelle sale del MACRO abbiamo dunque per la prima volta lâoccasione di vedere, attraverso scatti originali, comâera veramente questa mostra, senza nessuna pretesa di ricostruire le opere originali (che sono andate perdute). Veniamo accolti allâingresso da una piantina che rappresenta la galleria, con lâindicazione di come erano disposti i vari nuclei di oggetti.
Alle pareti, le fotografie dello Studio DUfoto di Roma, che allâepoca realizzò un servizio ufficiale per una tentata vendita (evidentemente impossibile) e altre immagini che riprendono lâallestimento dello spazio, qui posizionate immaginando di ricostruire le originali collocazioni delle opere. Per aiutarci a decifrarle, sono state realizzate lunghe didascalie che riportano le parole di un prezioso scritto rinvenuto in cui viene descritto nei minimi dettagli ogni oggetto esposto, come in unâekphrasis premonitrice di unâimminente distruzione. Ed ecco che allâimprovviso tutto diventa colorato e vivo ai nostri occhi, come se ci trovassimo veramente lĂŹ: âPartendo da terra, la prima gabbia ospita due tartarughe vive, in una scatola di latta senza coperchio. Le tartarughe strisciano su un giaciglio di terra, fili dâerba secca e rametti. Câè anche una ciotola da cui bere. Seconda gabbia: in primo piano si osserva una lunga asta di materiale non identificato spezzato allâestremitĂ , potrebbe trattarsi di stracci aggrovigliati immersi in calce e poi lasciati indurire. Al centro, quella che sembra essere una vecchia bardatura marcescente, un oggetto a forma di fiasco e fil di ferroâ. O ancora: âUnâaltra dispensa color porpora contiene unâenorme campana di vetro trasparente, imbrattata con vernice bianca sulla parte superiore. Allâinterno il solito pallone da calcio sgonfio e un oggetto rosso non identificato. La campana di vetro poggia su un sacco bianco imbottitoâ.
Siamo stati trasportati in una galleria tradizionale dovâè successo qualcosa di assolutamente nuovo, dovâè entrata una vita fortissima e sconvolgente. La mostra è corredata da una copia del catalogo originale, oggi introvabile, e da un cinegiornale recuperato da Rai Teche, in cui il giovane Serra, intervistato da un sarcastico telecronista che lo definisce âun uomo che fa a meno dei pennelliâ, spiega con cristallina semplicitĂ : âio ho fatto questa mostra perchĂŠ credo che lâarte può essere ogni cosa, come ogni cosa può essere arteâ. Un appuntamento collaterale è previsto inoltre per il 16 settembre alle ore 18.30, allâinterno della rassegna âUnâoperaâ del MACRO, dove il collezionista Giuseppe Garrera racconterĂ da un punto di vista filologico lâoperazione compiuta da Richard Serra in questa mostra.
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