Ettore Spalletti, Il cielo in una stanza, ph. Daniela Trincia
Qual è il confine tra scultura e pittura nelle opere di Ettore Spalletti? È molto chiaro che la scultura è “la tecnica di ricavare da un materiale una forma o una rappresentazione plastica”, e la pittura è “la rappresentazione di un oggetto reale o immaginario per mezzo di colori, linee e masse” (entrambe le definizioni desunte dall’enciclopedia Treccani). Ma questo confine, Ettore Spalletti lo mette costantemente in discussione, lo travalica, lo supera, ponendo le sue opere perfettamente a metà tra l’una e l’altra disciplina. Ovviamente è evidente che quelle opere con una tridimensionalità e collocate nello spazio, sono delle sculture, mentre quelle fissate alle pareti echeggiano la pittura. Ma ogni singolo elemento realizzato dall’artista abruzzese (scomparso nel 2019), in realtà sono la perfetta fusione delle due tecniche.
Perché le opere che autonomamente occupano lo spazio, sono trattate come superfici sulle quali stendere il colore. Viceversa, le opere che sono approntate sulle pareti, hanno elementi, costruzioni tali, nonché dettagli, che fanno acquisire loro una indubbia tridimensionalità, e le rendono delle “sculture appese” che agiscono sulla/interagiscono con la superficie verticale, alterandone la percezione. Perché di fronte alle ventitré opere, la mostra “Il cielo in una stanza”, curata da Éric de Chassey, in collaborazione con lo Studio Ettore Spalletti e allestita nella Sala dei Giganti della Galleria Nazionale di Roma, inequivocabilmente sollecita simili quesiti. Realizzate tra il 1975 e il 2018, trasmettono immediatamente anche un’altra sensazione: la sospensione, l’atemporalità. Così riunite, a meno che non si abbia una conoscenza approfondita e puntuale dell’intera produzione di Spalletti, non salta agli occhi una forte discrepanza cronologica tra i lavori. Quindi, un corpus di opere che, seppur realizzate in un arco di tempo di oltre quarant’anni, testimonia l’unità artistica del suo pensiero, sopraggiunto a una piena sintesi del proprio linguaggio quanto del personale messaggio.
Classe 1940, Ettore Spalletti non si è mai allontanato dalla sua terra natia che, con ogni probabilità, gli ha anche suggerito e ispirato quella soffice immobilità temporale e spaziale che, davanti a certe atmosfere anche paesaggistiche, chiama a una “religiosa” contemplazione. Ecco, allora, altre note caratteristiche delle opere: il tempo e la dimensione contemplativa, quasi ascetica, che richiama all’appagante silenzio, a una pausa dalla frenesia del mondo esterno. Una dimensione a cui sopraggiunge attraverso le morbide e carezzevoli monocromie (nello specifico, prevalentemente l’azzurro – e da qui il titolo della mostra) delle basiche forme geometriche, compreso l’evocativo Uovo (scientemente posto pressoché al centro della sala, quasi come perno intorno al quale tutto ruota), pregno di significati e rimandi.
Un allestimento che crea un inedito paesaggio, dentro cui il visitatore è invitato a immergersi, passando attraverso la selva di sculture disseminate nella sala e sulle pareti. Di nuovo altre peculiarità: le forme, pressoché archetipe, e il colore con le quali le ricopre. L’ultima, ma non ultima e definitiva singolarità dei suoi incantevoli lavori, è l’inganno. Perché, anche di fronte all’opera che si presenta la più semplice ed elementare, c’è sempre un dettaglio, un qualcosa, che scardina la visione e la convinzione. Sia un’impercettibile smussatura di uno spigolo, solitamente sottolineato con un tono di colore infinitesimale più alto di quello della totale campitura, o con oro, sia un’irrilevante impalpabile strato blu fra due squadrati blocchetti di marmo, sia il quadro/scultura la cui superficie composta da elementi aggettanti.
Lo stesso Spalletti affermava, infatti, che non si doveva mai guardare le cose solo da una visione frontale, bensì anche posteriore. Si svela, così, l’ultimo inganno: dietro, i suoi quadri/scultura non aderiscono perfettamente alla parete, ma sono sottoposti a una tensione da una matita a pastello che ne fissa la distanza dal muro, nonché la delicata precarietà.
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