Colonnato di Tiro
Mentre il dibattito internazionale si concentra sulla partecipazione della Russia alla prossima Biennale di Venezia, con pressioni politiche e istituzionali che arrivano fino alla Commissione europea, passando per il governo italiano, la guerra continua a infuriare altrove, colpendo territori e patrimoni culturali con una violenza che entra nello spazio del confronto artistico. È il caso del Libano, dove nelle ultime settimane gli attacchi dell’esercito israeliano hanno provocato centinaia di vittime e danni diffusi anche al patrimonio storico.
Nella notte tra il 10 e l’11 marzo nuovi raid israeliani hanno colpito il sud e l’est del Paese, provocando almeno 14 morti e una ventina di feriti secondo il ministero della Salute libanese. I bombardamenti hanno interessato diverse aree, tra cui il villaggio di Chehabiyeh nel sud e Tamnine el-Tahta nella valle della Bekaa. Il bilancio complessivo dell’ultima escalation militare tra Israele e Hezbollah ha ormai superato le 570 vittime.
La guerra non sta colpendo soltanto infrastrutture civili e centri abitati ma anche siti di rilevanza storica e archeologica. All’inizio di marzo un missile ha colpito l’area archeologica di Tiro, una delle città più antiche abitate con continuità al mondo e sito inserito nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO. L’attacco ha danneggiato l’ingresso del sito archeologico di Al-Bass, dove si trovano importanti testimonianze romane e bizantine, tra cui una necropoli monumentale, un acquedotto e un ippodromo del II secolo. Secondo il Ministero della Cultura libanese, l’area non ospitava alcuna presenza militare.
Il ministro Ghassan Salamé ha chiesto al direttore generale dell’UNESCO, Khaled El-Enany, di «Intervenire presso gli Stati vicini o le parti belligeranti per ricordare loro la necessità di adottare tutte le misure preventive, durante questo conflitto armato con il Libano, per proteggere e preservare il patrimonio culturale libanese e astenersi dal prenderlo di mira, incluso il Museo Nazionale di Beirut e i siti archeologici e storici libanesi, in particolare quelli elencati nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco».
La distruzione del patrimonio culturale rappresenta uno degli aspetti più drammatici dei conflitti. I siti storici del Libano sono considerati a rischio già dalla fine del 2024, quando una serie di bombardamenti aveva colpito aree vicine alle antiche rovine di Tiro e alla città di Baalbek, uno dei più importanti complessi archeologici del Mediterraneo. L’UNESCO ha inserito 34 siti culturali del Paese sotto protezione rafforzata e ha ricordato alle parti in conflitto l’obbligo di rispettare la Convenzione dell’Aia del 1954 sulla tutela dei beni culturali in caso di guerra.
In questo scenario, assume un significato particolare la presenza del Libano alla stessa Biennale di Venezia, che aprirà al pubblico dal 9 maggio al 22 novembre 2026. Il Padiglione libanese presenterà Don’t Get Me Wrong, una grande installazione dell’artista Nabil Nahas, pittore libanese-americano nato a Beirut nel 1949 e attivo tra il Libano e gli Stati Uniti.
L’opera, curata da Nada Ghandour, si articolerà in un’installazione monumentale lunga 45 metri e composta da 26 pannelli dipinti, disposti come un fregio all’interno dell’Arsenale di Venezia. Nell’opera si attraversano vari stili e riferimenti, dall’astrazione geometrica alla miniatura persiana, fino ai motivi naturalistici, costruendo una riflessione sulla relazione tra uomo, ambiente e cosmo.
Nel linguaggio visivo di Nahas ricorrono simboli profondamente legati alla storia e all’identità libanese, come il cedro, emblema delle montagne del Paese, e l’ulivo, metafora di continuità e resistenza. L’installazione per la 61ma Biennale di Venezia propone così una sorta di topografia poetica del Libano, inteso come luogo di incontri e stratificazioni culturali, dove tradizioni greco-romane, bizantine, islamiche e cristiane si sono sovrapposte nel corso dei millenni.
La presenza del Libano alla Biennale assume dunque un valore che va oltre il programma espositivo. In un momento in cui il Paese è colpito da una nuova fase di guerra e il suo patrimonio storico è nuovamente minacciato, il padiglione diventa anche un segno di continuità culturale e di resilienza simbolica.
Una dinamica analoga riguarda altri padiglioni nazionali che arriveranno a Venezia da contesti segnati da forti tensioni. È il caso anche di Cuba, che presenterà il progetto Hombres Libres / Free Men dell’artista Roberto Diago, un lavoro dedicato alla memoria della diaspora africana e alle forme contemporanee di subordinazione, in un momento in cui l’isola è nuovamente colpita da un irrigidimento dell’embargo statunitense e da una grave crisi economica ed energetica.
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