Simon Dybbroe Møller, Still from WHAT DO PEOPLE DO ALL DAY, Episode 2: Building a new road, 2020
Nel momento in cui il capitalismo continua a ripeterci anacronisticamente che “il tempo è denaro” e che non bisogna sprecarlo, che ogni momento deve essere produttivo e profittevole – portando alla dissoluzione quasi assoluta del confine tra il tempo di lavoro e quello del non-lavoro – Simon Dybbroe Møller (1976, Aarhus, Danimarca) torna invece a farci riflettere su quanto sia necessario “perdere tempo”. E cos’è l’arte se non questo? Un deliberato dispendio di energia, che non è in grado di assolvere nessuno scopo pratico. Nella società post-fordista è un’azione inutile, eppure Simon Dybbroe Møller ce la propone come unica ancora di salvezza. La sua ricerca ruota proprio attorno a questo vuoto, talmente inutile da rivelarsi incredibilmente fertile.
La valenza che l’artista attribuisce alla negazione e alla sottrazione è riscontrabile già a partire dalla serie delle O del 2011, in cui riflette sul simbolo zero, l’unico che non comunica alcun valore, piuttosto ne suggerisce l’assenza. L’immagine del nulla, del principio, e quindi della totalità. Dybbroe Møller non distoglie mai lo sguardo dal nostro tempo, e lo fa in maniera così ossessiva da rendere la sua pratica artistica tanto legata al presente quanto al passato. Questo perché l’urgenza di indagare e riflettere su ciò che ci circonda è una necessità ancestrale dell’essere umano, e intrinsecamente connessa alla transizione da Homo faber – colui che crea – a Homo sapiens – colui che conosce, che è capace di fermarsi a riflettere e considerare la propria situazione. Cosa c’è al di là della bocca di diamanti? Dopo aver ingurgitato ferocemente il nostro pranzo per tornare ad essere immediatamente operativi, Simon Dybbroe Møller ci consiglia di fare una sosta, di osservare i resti nel piatto e ascoltare ciò che hanno da dirci, prima di sparecchiare e gettare tutto nella lavastoviglie. Una sensibilità quasi profetica.
The Embrace del 2015: un abbraccio come un presagio. Un saluto tra due lavoratori che da lì a poco si sarebbero trovati separati e rinchiusi lontano dal loro posto di lavoro; due corpi caldi e fragili, che si stringono forte, consapevoli che quella sarebbe stata l’ultima volta. Ma quell’abbraccio è anche un addio disperato alla coscienza operaia e alle lotte per i diritti del secolo precedente, al sodalizio dei lavoratori, non più replicabile nella società dell’individualismo. Un sistema che induce crudelmente all’auto-isolamento forzato, che ci vuole divisi, e quindi innocui. Con la progressiva abolizione dei momenti di convivialità e ascolto, i livelli di empatia e fiducia rasentano lo zero, mentre crescono a dismisura quelli della vergogna e del distacco. Come dare forma a questa tendenza sociale se non con veri e propri dissuasori per persone? L’artista chiama Shame Shields una serie di lavori concepiti per rievocare i pannelli che dividono gli orinatoi, scudi della vergogna in grado di proteggerci da quell’intimità primordiale ormai lontana, un’intimità che siamo sempre meno capaci di condividere.
Ancor prima dello scoppio della pandemia, Dybbroe Møller si è accorto del processo di atomizzazione sociale che procede parallelamente alla dissoluzione della corporeità che caratterizza la nostra epoca. Un processo lento e silenzioso in moto da molti anni, che il virus ha solo velocizzato. Che ruolo ha giocato l’immagine fotografica in questo processo? In che modo è così connessa al presente? Simon Dybbroe Møller risponderebbe che la fotografia, così come il capitale, è uno strumento di cattura, entrambi hanno quella che Marx chiamava “la proprietà di appropriarsi di tutti gli oggetti”. I corpi, la presenza e la materialità della carne, i soggetti e la loro rappresentazione sono temi su cui l’artista continua a riflettere al tempo della virtualità imposta dalle norme anti covid-19. Ma più che pronunciarsi sull’agente patogeno in sé, Simon Dybbroe Møller sembra volerci avvertire di una minaccia ben più temibile, ovvero ciò che esso ha rivelato: una società frammentata, sempre più razionale e scientista, composta da figure calcolatrici incapaci di innamorarsi, esseri distaccati che temono il calore e il contatto fisico; un mondo freddo e coerente che non conosce la magia; una realtà disincantata. A cavallo tra il 2022 e il 2023, in mostra da Francesca Minini, in una curiosa doppia-personale, i corpi dei sopravvissuti. Corpi prigionieri che non sanno più se si trovano all’interno o all’esterno delle sbarre. Corpi che si svincolano dalle gerarchie di potere solo spogliandosi delle identità lavorative socialmente imposte. Corpi emancipati nella loro nudità. Corpi che tornano ad essere corpi.
Naked when you came
Naked when you go
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