Hubert Kostner, Sasmujel (nell'ambito di Transart 19), 2019-20, installazione site specific con 10.500 m di corda da arrampicata
Un paio d’anni fa, in occasione di un viaggio in Islanda, lessi da qualche parte che su quell’isola è quasi impossibile non essere colti da un impulso creativo: la forza primigenia dei paesaggi, si diceva, finisce per trasformare chiunque in artista. Quel pensiero mi è tornato in mente di recente, nei giorni trascorsi in Südtirol. Anche qui, come in Islanda, è difficile restare indifferenti alla bellezza della natura. Montagne antiche – nate dai sedimenti di un oceano scomparso – dominano lo sguardo con una presenza silenziosa, custodi di storie passate e testimoni del tempo che scorre. Ma nelle valli altoatesine non è solo la natura a dominare: le culture che si mescolano, con le loro peculiarità, diventano a loro volta fonte di ispirazione per gli artisti che le osservano e le interrogano.
Qui, accanto al tedesco e all’italiano, si conserva il ladino – antica lingua romanza parlata in Val Badia, Val Gardena, Val di Fassa, Livinallongo e Ampezzo – trasmesso di generazione in generazione e ancora oggi insegnato nelle scuole. In questo intreccio di parole, tradizioni e paesaggi, il territorio stesso sembra suggerire storie da raccontare e forme da creare. Lo spiega bene Diego Deiana, artista, artigiano e guida escursionistica che nelle sue passeggiate in montagna trova l’ispirazione per i lavori in foglia d’oro su antiche tavole di legno. È proprio nella lavorazione del legno che si fonda infatti la tradizione artigiana e artistica di queste valli. Siamo andati quindi a incontrare alcuni artisti nei loro atelier, testimoni viventi di un dialogo tra arte, cultura e paesaggio.
È impossibile non riconoscere la casa-atelier di Hubert Kostner tra le altre abitazioni di Castelrotto. Sviluppato come una casa sull’albero, l’edificio sembra sorvegliare l’intero paese dal declivio su cui è abbarbicato, celando al suo interno un laboratorio che si apre sul panorama circostante. Da questa posizione privilegiata, ogni gesto creativo si confronta con l’eterna tensione dialettica tra natura e artificio, tra paesaggio e comunità. Opere finite e opere in divenire sono qui ordinatamente disposte, mentre cumoli di trucioli di legno e scalpelli di varie forme e dimensioni, ci fanno intendere che ci troviamo in un atelier diverso dagli altri. Kostner è infatti uno di quegli artisti cresciuto con le mani “in pasta”, dove per pasta in questo caso si intende il legno. Specializzatosi nella sua lavorazione secondo una tradizione secolare, l’artista reinterpreta l’eredità culturale spostando la sua attenzione su un’idea che si fa strada senza percorrere traiettorie lineari.
Le sue opere, come racconta, si presentano come giochi concettuali, cortocircuiti tra percezione e intuizione. Le montagne non tornano solo come immagine, ma come esperienza da affrontare. Pelli degli sci, chiodi e corde da arrampicata, che addobbano il suo studio, si trasformano in materiale di ricerca primaria, un linguaggio che è al contempo pittorico e scultoreo. In questo contesto, la dimensione sociale e il legame con il territorio diventano imprescindibili. In centro a Castelrotto troviamo infatti Kastelruther Krapfen, la scultura argentata che raffigura i tipici krapfen altoatesini. La ricetta, scritta dalla madre dell’artista, ritorna sulla facciata della banca che ne ha commissionato l’opera, intrecciando memoria familiare, identità locale e sperimentazione artistica.
Lo studio di Aron Demetz, a Ortisei, occupa gli spazi dell’ex fabbrica Prinoth, azienda specializzata nella produzione di gatti delle nevi. È un luogo ampio, attraversato dal silenzio concentrato del lavoro, dove riposano tronchi malati e abbattuti in attesa di una seconda possibilità. Qui il legno si presenta nella sua condizione primaria, ancora grezza, e attraversa una serie di trasformazioni fino a compiersi nella figura. A metà tra un falegname e un chirurgo, Demetz sembra operare i suoi pazienti in fin di vita trovando loro una via di fuga nella forma umana, che mantiene però le fragilità della natura.
Le sculture che ne emergono sono presenze definite e insieme vulnerabili che sembrano aver attraversato il tempo. Alcune portano i segni del fuoco: superfici carbonizzate che non cancellano i lineamenti, ma li rendono più essenziali. Altre si sottraggono alla levigatezza, esplodendo in un piumaggio di morbide fibre lignee che si sollevano dalla superficie conferendo ai corpi un’apparenza animale, quasi selvatica. All’origine di questo processo, spiega Demetz, c’è però la parola – essenziale, quasi poetica – che precede il gesto e lo orienta. Il grigio, che colora la pelle di alcune figure, ricorda quello della roccia delle montagne circostanti. Chissà se anche loro, una volta colpite dal sole al tramonto arrossiscono timidamente, come accade alle Dolomiti con l’enrosadira, quando la pietra si accende di rosa e sembra farsi carne viva.
Ci spostiamo ad Albions, nello studio di Peter Senoner. Formatosi inizialmente all’Accademia di Belle Arti di Monaco, l’artista ha attraversato geografie e immaginari diversi – da New York, nello studio di Tony Matelli, fino a Tokyo, Vienna, Berlino e Detroit – per poi tornare in Südtirol con un linguaggio ormai stratificato. Se gli autori della scena statunitense con cui è entrato in contatto affondano le radici nel graffitismo urbano, la sua origine – come abbiamo visto per gli altri artisti – è legata alla lavorazione del legno, una distanza iniziale che diventa tensione feconda e tratto distintivo. Quello di Senoner si presenta a tratti come un laboratorio scientifico fatto di esperimenti che analizzano i possibili esiti tra animale e umano, organico e tecnoide, una riflessione sulla condizione umana come stato di transizione continua. Come ci racconta, infatti, la sua ricerca artistica rincorre continuamente il dialogo con le altre discipline, e in particolare, con le scienze.
Figure dalla superficie perfetta e sembianza aliena, approdate da scenari futuri tra le montagne dell’Alto Adige, si rivelano senza genere né volto riconoscibile, sospese tra mito e un immaginario fiabesco con elementi visivi e concettuali affini al mondo cyberpunk. I corpi sono in mutazione, ma non verso un’idea di perfezionamento quanto più verso una convivenza armonica, dove l’imperfezione diventa spazio d’incontro. Allo stesso modo le sue “tele” in legno sono trattate come materia viva: graffiate e attraversate da velature cromatiche, sono più vicine alla scultura che alla pittura. Visi enigmatici fanno capolino e accolgono gli avventori dell’atelier quasi a volerli studiare.
Tradizione, sperimentazione, innovazione e perizia artigiana sono i tratti distintivi di questa comunità di artisti che, dopo un lungo peregrinare ha fatto ritorno tra le proprie montagne, ciascuno sviluppando una propria cifra stilistica. Non solo gli artisti, ma anche i comuni, i collezionisti, le aziende, gli enti regionali del turismo e gli hotel, come il Sensoria Dolomites, che ospita opere di Demetz e Senoner, promuovono il dialogo artistico facendo sì che narrazioni locali arrivino ben oltre le cime di queste montagne. Molto più di un immaginario da cartolina o da fotografia “acchiappa-like”, l’Alto Adige si configura così come uno spazio di ricerca e progettualità, dove l’arte si sviluppa attraverso reti di collaborazione e scambio, al di fuori delle dinamiche più autoreferenziali del sistema.
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