Un’installazione dell’artista Yoo Buk è stata parzialmente smantellata dal Jeonnam Museum of Art di Gwangyang, in Corea del Sud, dopo essere stata tacciata di crudeltà verso gli animali. L’opera, intitolata Fish, è composta da 15 sacche trasparenti per soluzione endovenosa appese al soffitto e riempite d’acqua, ognuna con dentro un pesce rosso. Preoccupati per le condizioni di salute dei pesci, i visitatori hanno chiesto in che modo venissero nutriti e, quando gli è stato risposto che non era previsto alcun intervento in questo senso, sono iniziate le proteste. La direzione del museo è intervenuta per rimuovere gli animali dalle sacche ma un terzo dei pesci era ormai già morto.
«I musei d’arte sono progettati per fungere da piazze aperte e piattaforme di discussione», hanno dichiarato dal museo. «Dato che apprezziamo il feedback dei visitatori e la posizione dei gruppi per i diritti degli animali, abbiamo deciso di rimuovere i pesci rossi dopo aver consultato l’artista». A parte i pesci, dunque, l’opera è rimasta al suo posto.
«La lenta morte dei pesci doveva far parte del mio pezzo. Ora che sono scomparsi, il lavoro ha perso il suo significato di opera d’arte», ha dichiarato al Korea Times Yoo, che ha esposto principalmente in Corea del Sud e in Asia ma si è formato in Francia. «Anche se può causare disagio, l’artista pensa e si esprime in modo diverso rispetto al pubblico». Non è la prima volta che l’artista include la mortalità nel suo lavoro. In altre opere, Yoo ha usato vari insetti in vere e proprie trappole con luce incandescente o carta moschicida. «Gli insetti che vedono la luce volano nella finestra, ma vengono catturati nella trappola e diventano un paesaggio. Gli insetti volanti vengono sacrificati a causa del loro istinto che li guida verso la luce», così l’artista spiegava una delle sue opere, in mostra nel 2020 alla Gallery Naeil di Seoul.
Fish era esposta nell’ambito della collettiva “Mourning: In the Wake of Loss, A Curatorial Essay”, attualmente al Al Jeonnam Museum of Art, con opere di artisti coreani e internazionali, tra i quali Kimsooja, Gerhard Richter, Nan Goldin, Park Jung-Sun, Bill Viola, Cyprien Gaillard, Anselm Kiefer, Yinka Shonibare. La mostra è incentrata sui concetti della perdita, del lutto e dell’elaborazione, alla luce dei traumi di vario genere subiti durante la fase più critica della pandemia da Covid-19. «Le opere presentate in questa mostra sono il risultato di una sublimazione di esperienze traumatiche, esplorando le perdite subite e ancora vissute dagli artisti», spiegano dal museo.
Solo pochi giorni fa, il Kunstmuseum di Wolfsburg aveva rimosso da una mostra una famosa opera di Damien Hirst, A Hundred Years, sotto pressione degli animalisti della PETA. L’opera è una rielaborazione della più famosa A Thousand Years, installazione che Damien Hirst presentò per la prima volta nel 1989, composta da una grande teca di vetro e ferro divisa in due ambienti, comunicanti attraverso alcuni fori. Da una parte, una testa di mucca grondante di sangue e una lampada antizanzare, dall’altra una incubatrice di larve di mosche. Le larve si sviluppano, le mosche nascono, attratte dall’odore del sangue si spostano nell’altro ambiente, quindi si nutrono e, infine, muoiono fulminate dalla lampada. Anche in questo caso, il concetto è piuttosto semplice da afferrare: vita e morte di una mosca raccontate in maniera essenziale, spietata, in uno spettacolo voyeuristico racchiuso in pochi centimetri.
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