Gregorio Botta, nella scelta di elementi archetipi, in rapporto con la storia e la memoria, e nella costante ricerca sui materiali, conferisce movimento e leggerezza a ogni suo lavoro, mantenendo sempre molto forte l’attenzione alla connessione con lo spazio e col fruitore.
Dove e come era il tuo primo studio?
«Il mio primo studio non era mio: ero ospite in uno spazio magnifico a via Cesari a Monteverde. La meravigliosa e generosa persona che mi ha aperto le porte, permettendomi di lavorare mentre ero ancora in Accademia, si chiama Maurizio Morellini ed era stato assistente di Mirko. Ha una manualità prodigiosa e una sottile sensibilità, e mi ha insegnato un sacco di cose. Gli devo molto. Il locale era stato lo studio di Mirko, un’immensa piazza d’armi (300 metri quadri, forse più) con una lunga parete tutta a vetri (quelli opachi con la retina metallica) che la inondavano della calda luce romana. Un posto incantato, con l’unico difetto di non avere il bagno (Mirko possedeva anche l’appartamento al piano superiore, con tutti i servizi). Ne conservo un ricordo bellissimo che ancora viene a trovarmi nei sogni: un luogo magico nel quale ho cominciato a sperimentare, conoscere le materie, innamorarmi della cera.»
Cosa rappresenta per te lo studio?
«La strada che porta al mio studio attraversa un canneto che si erge alto a destra e sinistra: quando ci arrivo penso sempre “ecco le porte del paradiso”. Cento metri più in là c’è un grande locale ormai irrimediabilmente sporco, disordinato, cadente: ma è il paradiso, appunto.»
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Gregorio Botta, nato a Napoli nel 1953 e trasferito a Roma nel 1960, si è diplomato all’Accademia di Belle Arti seguendo il corso di Toti Scialoja. Sin dai primi lavori, enuncia il suo campo di ricerca sugli elementi materiali (la cera, piombo, vetro) ma soprattutto immateriali (il fuoco, l’acqua, l’aria, il tempo, la parola dei poeti, la luce, il vuoto), per delineare il sensibile e l’invisibile. Attraverso forme elementari (la casetta, la ciotola, il cerchio), costruisce strutture essenziali, esili, sospese, con le quali tende ad esprimere la fragilità e la precarietà dell’esistenza. E il visitatore è chiamato a una fruizione lenta, quasi rituale, col coinvolgimento di tutti i sensi, dalla vista alla memoria.
Foto di Sebastiano Luciano
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