Diego Marcon, The Parents’ Room , 2021 Veduta dell’installazione, “The Parents’ Room”, Museo MADRE, Napoli, IT Courtesy l’artista e Fondazione Donnaregina per l’arte contemporanea Foto: Roberto Apa
Al Madre, il Museo d’Arte Contemporanea alloggiato nell’antico convento napoletano di Donnaregina, è stata presentat The Parents’ room, opera di Diego Marcon (Busto Arsizio, 1985), un cinefilo convertito all’arte, autore di disegni, sculture, film e installazioni. Curatore della mostra, insieme a Eva Fabbris, è l’ex direttore del Madre Andrea Viliani che, tornato al Castello di Rivoli, dove già aveva lavorato quale ricercatore, forse ci confida una certa nostalgia per il clima mite della città partenopea. Freddo è invece l’ambiente della mostra di Marcon, ovvero la sala in mostra. L’artista, infatti, offre al visitatore un caratterizzato ambiente architettonico per suscitargli sensazioni e suggestioni, in questo caso anticipando una tragedia famigliare.
Al Madre veniamo a trovarci in un ambiente che diventa esso stesso l’oggetto della mostra, una stanza triste, con le pareti grigie come la tonalità del filmato proiettato sulla parete di fondo, dove c’è un letto sfatto, sul quale è seduto immobile un uomo dall’aspetto trasandato e con il viso coperto da una maschera prostetica. Una mano sporge dalle coperte. C’è anche una finestra aperta. Fuori cadono silenti fiocchi di neve, mentre di tanto in tanto un merlo emette un canto stridulo. L’uomo-fantoccio inizia a cantare e, cantando, racconta di avere ucciso i due suoi figli e la moglie e che si suiciderà. La musica – l’autore è Federico Chiari – ha lo scandito ritmo lento di una ballata. E in lenta sequenza appaiono le vittime: i bimbi sdraiati per terra mentre, dalle coltri scomposte, vien fuori la padrona della mano, un viso tumefatto come da percosse, un occhio livido pesto. Non c’è un’azione violenta, solo il freddo racconto di una tragedia che non è vissuta ma solo raccontata, senza pathos, con calma. Con la freddezza di un inverno nevoso che ha congelato il tempo. Niente accade perché tutto è già accaduto. La scena è ripetuta più volte. Il tempo non si ferma mai ma quello che è accaduto rimane per sempre.
Il tono tranquillo del racconto sembra essere frutto di un sadismo che si veste di bontà, di quel buonismo che possiamo incontrare spesso anche nella vita reale. E ci sembra che l’autore si compiaccia della ripugnanza, creata con arte sapiente, dei brividi che leggeri ci scorrono dentro.
Il film, realizzato nell’ambito della settima edizione dell’Italian Council e presentato in anteprima nello scorso luglio al festival di Cannes, dal 15 ottobre entrerà a far parte della collezione permanente del Madre.
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