Bunny Rogers, Trash Mound, 2020, Kunsthaus Bregenz, marzo 2020, Foto: Markus Tretter Š Bunny Rogers, Kunsthaus Bregenz
Morte, perdite e lutto e unâangoscia diffusa sono temi tristemente e fortemente presenti nelle cronache e nelle vite di molti in questi giorni. Prima che tutto ciò avesse inizio, in realtĂ poco piĂš di due mesi fa, la giovane artista americana Bunny Rogers (1990, Houston, Texas) inaugurava su questi temi la sua personale âKind Kingdomâ al Kunsthaus di Bregenz (fino al 13 aprile).
Quando penso a una mostra voglio creare una vetrina, ma poi diventa un armadio: Rogers attinge al suo vissuto interiore e si mette in gioco in prima persona con le sue fragilitĂ per toccare il tema della morte e le diverse espressioni e fasi del lutto nellâimmaginario collettivo occidentale. In una sottile e perfetta consonanza tra livello fisico e simbolico, lâartista lascia sbocciare la sua personale Vanitas contemporanea
Concepita come opera site specific, âKind Kingdomâ aderisce perfettamente alla pelle dellâedificio progettato dallâarchitetto svizzero Peter Zumthor, di cui lâartista ha cambiato odore, temperatura, luce e perfino tasso umiditĂ mostrando una capacitĂ rara di dominare lo spazio con grande disinvoltura.
Lâesperienza di visita è immersiva e delicatamente
La mostra è orchestrata come un climax che trova il suo culmine al secondo piano con Trash Mound (2020). Qui lo scenario si evolve: aumenta la luce, e insieme ad essa lâodore di decomposizione del prato. Lâintero spazio espositivo è un desolante paesaggio di bottiglie, lattine, bicchieri di plastica, piatti con resti di torta, frammenti di palloncini neri afflosciati. La festa è finita. Tutto è âsaltato in ariaâ. Il dolore reale è âsporcatoâ dalla sua stigmatizzazione nellâimmaginario collettivo popolare. Da sacchi di immondizia fuoriescono infatti elementi di un repertorio sentimentalistico kitsch-di massa, che celebra, spesso morbosamente, le morti illustri; riviste su Lady D, guanti bianchi, orsetti, CD di CĂŠlin Dion (My Heart Will go on) e di Elton John.
Il risultato è una messa in scena dâautore potente, immediata e convincente; in diversi elementi riecheggia un tema con cui Rogers siè confrontata ossessivamente nella sua opera, il massacro della Columbine High School in Colorado, negli Stati Uniti, nel 1999. Ma la mostra per il KUB va oltre, indicando possibili vie di elaborazione. Il dolore sembra ricomporsi in Cement Garden (2020): un consesso di sculture di cemento dal tratto minimalista, in cui sono racchiuse impalpabili rose.
âKind Kingdomâ termina con un finale di purificazione che appare profetico alla luce del momento storico attuale. Il quarto piano del museo, rivestito di 25mila piastrelle, è diventato unâenorme Locker Room: un grande spogliatoio, simile a quelli di tante scuole e palestre. Nebbia e umiditĂ invadono lo spazio, ci si muove sospesi, unico suono quello delle gocce dâacqua che scendono ritmicamente dalle docce. Come il momento del dolore, nellâopera di Rogers anche quello della purificazione è collettivo. Per quanto difficoltoso e perfino imbarazzante, âmetterci a nudoâ davanti agli altri sembra essere un passaggio indispensabile e necessario.
âKing Kingdomâ, al momento chiusa a causa dellâemergenza Covid, continua âvirtualmenteâ, come voluto dallâartista, con una serie di fotografie che ne testimoniano il progressivo decadimento, pubblicata nel sito del museo, dove sono disponibili diversi materiali sulla mostra, tra cui un talk con lâartista.
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