Valentina Palazzari, 2021, damigiane di vetro, cavi d'acciaio, acqua, dimensioni variabili, veduta della mostra Klepsydra, Castello Aragonese d'Ischia. Ph Martin Devrient
ÂŤĂ davvero singolare osservare Ischia da quassĂš. Sembra capovolta. Noi isolani non siamo abituati a questa vistaÂť. Poche parole che sanno giĂ di scoperta, lĂŹ dove sorge qualcosa che câè sempre stato, il Castello Aragonese, ma che, pur visibile e maestoso, è stato protetto e secretato ai piĂš. Ă la sua storia dura e terribile a dircelo. Una cattedrale sventrata da antiche battaglie di mare, un putridarium che avvelenava le primogenite delle famiglie nobili, un duro carcere per prigionieri politici, una chiesa depauperata nella sua gloria dalla santa miseria e dallâottusitĂ di dĂŠcrets napoleonici. E se dominio, potere e morte, commensali abituali di queste mura, hanno permesso ai suoi abitatori di annebbiare ogni faccenda del mastio, quel senso di espulsione e di esclusione nei secoli ne ha decretato lâinesorabile sgretolamento fisico ed emotivo. Eppure, quelle mura diroccate, le pareti infiltrate, i locali guastati e impolverati si sono trasformati, grazie a uomini visionari come Nicola Ernesto Mattera, il figlio Gabriele (sua lâintuizione di organizzare importanti mostre dâarte contemporanea negli anni â70 e â80), e recentemente i nipoti Nicola e Cristina, in un luogo che irradia bellezza, umanitĂ e ricerca. E nonostante i lunghi e costosi restauri, un elegante passage di pietra, in grado di annullare il gioco delle maree, e un robusto ascensore degli anni â70 che si arrampica tra rampe di tufo e piombatoi, lâinaccessibilitĂ spirituale e fisica del Castello pulsa in maniera tuttora potente.
Ed è qui che nascono eventi come âKLEPSYDRAâ, una sfida portata avanti da tre artisti, Valentina Palazzari, Thomas Lange e Mutsuo Hirano e dal loro volitivo curatore, Davide Sarchioni. Un lungo e faticoso lavoro di immaginazione e operazione tra le sale, i piani, i labirinti del Castello di Ischia, silenzioso e accogliente, quanto segnatamente algido e dolorosamente ascensionale, costrittore di vorticose risalite emotive quanto di dolorosi sprofondamenti interiori. Le opere assumono cosĂŹ una scadere definito, limitato, dettato dallo scorrere della sabbia di una KLEPSYDRA, e non solo perchĂŠ il nostro tempo nel castello è sempre momentaneo, stabilito dal favore del castellano o peggio da un decreto giudiziario. Ma perchĂŠ tutto ciò che ricade in esso, mai neutro ma compresso, schiacciato da forze storiche e naturali insostenibili, non ha tempo di posarsi ma sedimenta come frammenti di un processo carsico, come ennesimi strati sensuali e di senso. E il portale che ci attende non sarĂ soltanto quello in pietra lavica della Chiesa dellâImmacolata ma anche quello apertosi allâinterno di questo elegante edificio barocco, che si spalanca a noi, frutto sĂŹ di unâintuizione visiva di Palazzari e di Lange, ma anche suggerito dalla potenza di un luogo giĂ âdoppioâ, perchĂŠ porta del cielo (la grande cupola) e porta del mare, con il suo favoloso belvedere.
Se il Cielo di Lange (2021) distende con avvolgenza, tra cornici e lesene, i propri oli come giocose ossidazioni di unâumiditĂ coloristica e che crepa dolcemente la nettezza sacrale degli stucchi, esso lascia il passo alla poetica meccanica di Autoritratto di Palazzari (2021), soggetto sguarnito di ogni struttura, armatura, ma provvisto di una nuditĂ e di un magnetismo insostenibile fin dal primo sguardo, dettato dalle vibrazioni intime e infinite di catene e cavi, di nero e blu. E se non si sfugge allâ anafora della ruggine di Palazzari, dello sfinimento di ciò che è indistruttibile, ebbene essa è comunque ruggine di mare, di Ă ncora, di profonditĂ . Se lâintuizione dâartista è materia pura, la forza per issarla quassĂš è doppia, tripla, perchĂŠ racconta da generazioni di uomini di mare, da sempre abituati a pensare e ad agire solo collettivamente.
Quello stesso richiamo cobalto del mare, quella sua ineluttabile forza di risacca, ti rimane dentro anche nellâattraversare oscuri cunicoli, sale, passaggi, cripte. Come alloggia nellâocchio dellâartista che qui sente il bisogno di rivivere quella rifrazione sotto forma di delicate pennellate, intinte di sale e vernice marina (Untitled, Thomas Lange, 2021), o aggrovigliata da una soffice rete da pesca, ritmata da bambĂš e figure in ceramica (Acqua, Mutsuo Hirano, 2021). Lâelemento acquatico scorre anche sulle figure che fanno da cerniera agli ambienti della Cattedrale. LâIdolo del mare, (Mutsuo Hirano, 2021) provvisto di squame vitree, imprigionato in una cisterna arida come in uno sguardo abissale e la Bagnante (Thomas Lange, 2011-2021), lordata dalla testa in giĂš da un nettare di ortensie e dalla pioggia del mattino che ciclicamente inonda questo pozzo di luce. Soggetti, che in un gioco di sottili occultamenti e svelamenti avrebbero potuto da sempre trovare ricovero in certi angoli del Castello. Mentre ciò che avviene nella Cattedrale dellâAssunta è una sfida aperta degli artisti allâequilibrio e ai rabbiosi spartiti del vecchio maniero.
Difatti sembra trovarsi di fronte a una caverna tufacea in cui stucchi, bassorilievi e puttini tentano di distoglierci da quel senso di assenza e vuoto che ci coglie. In soccorso, la tinta âmarzapaneâ di Angelo (Thomas Lange, 2021) che si riflette nella sua espressione incerta, quasi corrucciata per essere stato lasciato lĂŹ, in una cappella. Lo sguardo dubbioso della creatura di Lange è il punto di caduta cromatica di tutta lâesposizione, come un raggio di sole inaspettato, che accecare il visitatore di rovine.
E se nel gioco specchiante di Finestre (2021) Lange sembra riabbracciare una giovane rifrazione caleidoscopica, è con Altare (2021) che occulta dalla luce filtrante il corpo santo, freddo e inanimato di un piccolo altare dimenticato, come vittima di una crime scene nella serie tv Mindhunter. Quasi a volersi scusare della gaiezza di cui sopra.
Un movimento opposto a Ostensione (2021) di Palazzari, con i suoi cavi dâ acciaio che percorrono con leggerezza le arcate nudificate dagli eventi, in un atteggiamento ambiguo, dedito ora al supplizio ora allâammonimento, percorsi da una scarica di energia invisibile e silenziosa, come il potere della parola sacra, oscura e onnipresente, liberatoria e terrificante. E in tutto questo clangore di scene e proponimenti, lo sguarda enigmatico di Mutsuo Irano, moltiplicato numerose volte nelle viscere della cripta gentilizia, sotto forma di terracotta umida, acquitrinosa, fangosa e feconda (Ondina, 2021), si stabilisce come punto di perfetto equilibrio, come granello centrale e immobile, dunque infinito, della KLEPSYDRA.
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