Ana Manso, Apres Soleil (2020), per la mostra "Tomorrow's weather", Galleria Umberto Di Marino, Napoli
Come raccontare 25 anni di attivitĂ nellâarte contemporanea? Come esprimere in maniera coerente lâimpegno, il rischio, lâattenzione, il gusto e tante altre piccole e grandi cose quotidiane, straordinarie, memorabili e dimenticate che, alla fine, arrivano a comporre la storia di una galleria? La risposta è piĂš semplice di quello che sembrerebbe da tali domande: basta affidarsi alle opere. E cosĂŹ, per raccontare il proprio quarto di secolo â che nel caso specifico non ha segnato affatto una Quarter-Life Crisis â, la Galleria napoletana Umberto di Marino ha presentato una serie di lavori di Elena Bajo, Marc Breslin, Yaima Carrazana, Jota Castro, Santiago Cucullu, Alberto Di Fabio, Eugenio Espinoza, Bruna Esposito, Luca Francesconi, Simon Fujiwara, Francesca Grilli, Satoshi Hirose, Mark Hosking, Francesco Jodice, Runo Lagomarsino, Ana Manso, Pedro Neves Marques, Gian Marco Montesano, Hidetoshi Nagasawa, Vettor Pisani, Marco Raparelli, AndrĂŠ RomĂŁo, Giulio Scalisi, Eugenio Tibaldi, vedovamazzei e Sergio Vega. Lâesposizione, a cura di Enzo e Giosuè Di Marino, sarĂ visitabile fino allâ8 settembre 2021, negli spazi della Galleria dâArte Contemporanea Osvaldo Licini, ad Ascoli Piceno, nellâambito di âGrandi Gallerie al Museoâ, format ideato da Arte Contemporanea Picena che, ogni anni, inviterĂ alcune tra le piĂš influenti gallerie italiane a presentare la propria ricerca. Un bel progetto che rivelerĂ spunti interessanti e che sarĂ utile per dare nuova linfa al Museo ascolano, giocando un ruolo da protagonista nella candidatura della cittĂ a Capitale Italiana della Cultura 2024.
âUn posto come un altro dove appendere il cappelloâ è il titolo della collettiva presentata dalla Galleria Di Marino, che aprĂŹ il primo capitolo della sua storia tutta contemporanea nel 2001, con una doppia personale di Omar Galliani e Vettor Pisani, nella sede che, in quellâanno, era ancora a Giugliano, nella zona nord-occidentale di Napoli che, con la sua posizione di cerniera tra la metropoli e la periferia, tra incompiuto e in attesa, ha orientato parte degli orientamenti della Galleria e degli artisti che vi lavoravano. Poi, nel maggio 2005, la nuova sede a Napoli, a ridosso di piazza dei Martiri, nel cuore pulsante dellâarte contemporanea partenopea, con la mostra inaugurale affidata a vedovamazzei. E quindi il presente, con la mostra appena chiusa di Luca Francesconi e una appena aperta di AndrĂŠ Romao. Tra queste date, tante altre collaborazioni e progetti, al di qua e al di lĂ dei propri spazi, lâultimo quello di Eugenio Tibaldi, ad Parco DâArte Collezione Agovino di Aquapetra.
Sarebbero centinaia le pagine da sfogliare, con tanto di note e apparati bibliografici ma il colpo dâocchio delle opere dâarte è probabilmente piĂš immediato e anche piĂš fedele, per attraversare le ricerche attorno alle quali si è strutturata negli anni lâattivitĂ della galleria. ÂŤLâattenzione alle trasformazioni del paesaggio in chiave antropologica ed economica, la rilettura di fenomeni geopolitici, il post-colonialismo e il fallimento del Modernismo sono solo alcune delle tematiche affrontate dagli artisti con i quali si è costruito nel tempo un rapporto duraturo, ma anche con quelli che hanno attraversato la galleria soltanto per un progetto e nella visione dei curatori ospitiÂť, spiegano dalla Galleria. ÂŤLa mostra è un tentativo di abbracciare idealmente tutte le riflessioni e le dinamiche che hanno contribuito ad un discorso corale e ad una visione di galleria come laboratorio di pensiero e luogo di intreccio di relazioni professionali, ma anche intellettuali ed umaneÂť, continuano.
Ed è infatti sul concetto di familiaritĂ che è incentrato questo racconto, in cui una galleria si presenta come punto di incontro, di relazione. FamiliaritĂ , quindi conoscenza, mutualitĂ , âcasaâ ma intesa in senso dinamico, come prossimitĂ non tanto topografica quanto sentimentale, empatica, qualcosa di afferente alle sensazioni e sfuggente eppure concreta, abitudinaria e al contempo instabile, irrequieta. Insomma, come la pensava Bruce Chatwin, esplicitamente chiamato in causa nel titolo della mostra e che cosĂŹ introduceva âThe Songlinesâ, âLe vie dei cantiâ, pubblicato nel 1987: ÂŤLa domanda cui cercherò di rispondere è la seguente: perchĂŠ gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto allâaltro?Âť. Questo sĂŹ che è un interrogativo complesso da sciogliere, come del resto non è cosĂŹ semplice capire come facciano delle opere dâarte, realizzate lungo un arco temporale di 25 anni e da mani e pensieri tanto diversi, a raccontare poi una storia coerente, eppure ci riescono perfettamente.
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